Antakya. Mentre la Siria ribolle con decine di migliaia di profughi che si stanno ammassando verso il confine turco, Ankara studia le contromosse nel caso la situazione dovesse precipitare. Il governo turco guarda con apprensione l’evolversi dei fatti, memore dei flussi che furono provocati dalla prima guerra del Golfo nel 1991. In quel caso si parlò di oltre mezzo milione di persone, in prevalenza curdi in fuga dall’Iraq di Saddam Hussein.

Il confine turco-siriano corre per più di 800 chilometri e per lunghi tratti non nulla di più che un ruscello o il fondo di una vallata a dividere i due stati. Una frontiera a dir poco permeabile. Da aprile almeno 15mila siriani, hanno cercato riparo in Turchia, in particolare nella provincia di Hatay, a sud del Paese. Qui la Mezzaluna Rossa ha allestito, per conto del governo, 7 campi profughi. Dopo meno di tre mesi in molti hanno deciso di tornare in Siria o si sono trasferiti da familiari che abitavano già in Turchia.

Il numero di residenti nei campi, che le autorità turche non definiscono né rifugiati né richiedenti asilo, ma ospiti, si è ridotto a 6159. Luoghi blindati sia alla stampa che alle organizzazioni dei diritti umani perché, secondo fonti governative, tra i rifugiati ci sono ex soldati dell’esercito di Bassar al-Assad e la diffusione di immagini o nomi dei residenti potrebbe esporre le loro famiglie a ritorsioni da parte del regime. Ma il campo dove risiedono gli ex militari con le proprie famiglie è quello di Kuyubasi, dove al momento ci sono 1400 persone che per motivi di sicurezza, non viene conteggiato nei dati ministeriali.

Mohammed Hsnawi, 24 anni, entrato in Turchia 2 mesi e mezzo fa, vive, con altre 1500 persone nel campo di Boynuyogun: “Sono di Jisr ash-Shugur, sono scappato con la mia famiglia dopo che l’esercito ha ucciso più di 50 persone. Per entrare in Turchia abbiamo dovuto aspettare un paio di giorni al confine. Non ci hanno chiesto il passaporto, solo i nostri nomi”.

La vita nei campi è scandita dai tre pasti quotidiani e dalle lezioni di turco che vengono fatte ai bambini, “Lo insegnano – continua Mohammed – nel caso non potessero più tornare in Siria, ma si sbagliano perché la rivoluzione si farà”.

Oktay Durukan, della Helsinki Citizens Assembly, ong turca che lavora sui diritti umani, spiega: “Cerchiamo di guardare la situazione sia nei suoi lati positivi, sia in quelli negativi. Di positivo c’è che il governo ha lasciato aperto i confini e la Mezzaluna Rossa ha allestito i campi velocemente. Per quanto riguarda gli aspetti negativi, bisogna dire che non c’è nessun tipo di controllo su quanto avviene nelle strutture. I rifugiati arrivano, vengono assegnati a un campo e da quel momento in poi le loro possibilità di movimento sono molto limitate: potremmo definirla una specie di detenzione umanitaria”.

Secondo le stime del governo turco, sono almeno 30mila i siriani ammassati al confine. Un numero esiguo per destabilizzare la Turchia, ma sufficiente a far riscaldare alcune provincie con minoranze etniche significative. Nella regione di Hatay vive una numerosa comunità aluita, la stessa minoranza sciita a cui appartiene la famiglia Assad, e l’arrivo di molti sunniti in fuga dalla Siria dal regime potrebbe rompere l’equilibrio dell’area.

Il governo turco ha in queste settimane ipotizzato una zona di sicurezza, in territorio siriano, che potrebbe fungere da cuscinetto nel caso la pressione dei rifugiati aumentasse.

Intanto si costruiscono altri campi profughi come quello di Apaydin, sempre nella provincia di Hatay: migliaia di tende bianche vuote con i vessilli della Mezzaluna Rossa, che attendono l’arrivo delle famiglie in fuga dal regime di Assad.

Cosimo Caridi