Mercoledì 27 luglio l’Università di Bologna ha approvato il nuovo Statuto secondo quanto prescritto dalla legge 240/2010. Tra i molti difetti che si attribuiscono alla riforma Gelmini, due sono particolarmente odiosi:

1) rende possibile la crescita a dismisura dell’influenza dei Rettori

2) i Consigli di Amministrazione assumono un potere decisionale quasi assoluto, con poco o nessun controbilanciamento da parte dei Senati Accademici. L’Alma Mater Studiorum ha scelto di eliminare dal proprio CdA le rappresentanze elettive di personale docente, ricercatori e personale tecnico amministrativo. Verranno così a mancare quegli elementi di governance partecipata che hanno sempre garantito l’esistenza di una pluralità di voci ed evitato l’instaurarsi al governo dell’Ateneo di una oligarchia tecnocratica. La legge non vietava che il CdA fosse eletto in maniera democratica, ma si limitava a stabilire che i suoi componenti dovessero soddisfare requisiti di competenza. In numerosi altri Atenei sono state adottate soluzioni che conciliano le esigenze di competenza e di rappresentatività elettiva, rafforzando la trasparenza dell’intero processo. A Bologna invece la Commissione Statuto ha rifiutato persino l’adozione di un meccanismo di sfiducia del CdA da parte del Senato Accademico per quanto riguarda i membri di sua designazione.

Vi sono a mio avviso numerosi altri punti deboli nello Statuto appena approvato:

1) la mancata definizione delle 5 Aree scientifico-disciplinari necessarie per avviare le procedure elettive del Senato Accademico;

2) l’incerta efficacia e la dubbia legittimità del meccanismo della doppia preferenza elettorale nelle votazioni per il Senato Accademico, in applicazione del principio delle pari opportunità;

3) il ruolo non autenticamente “terzo” del Comitato di selezione che procederà alla formazione della rosa di candidature per i 5 membri interni e i 3 membri esterni del CdA;

4) l’assenza di garanzie di tempi certi per il completamento della procedura affidata al Comitato di selezione, stante la necessità di individuare una rosa di almeno 10 candidati interni e di almeno 6 candidati esterni, il che potrebbe richiedere l’emanazione di più bandi di selezione;

5) la dubbia legittimità costituzionale di articoli nei quali si stabilisce che i membri del CdA non devono ricoprire o avere ricoperto cariche sindacali nell’anno precedente alla nomina, oppure che l’appartenenza alla Consulta del personale tecnico amministrativo è incompatibile con cariche di rappresentanza sindacale in corso o nell’anno precedente l’elezione;

6) la possibilità di rinnovare senza limitazioni l’incarico al Direttore generale;

7) il sospetto che l’avere demandato al CdA la definizione dei criteri per l’afferenza dei Dipartimenti alle Scuole, anziché fissarli fin da ora nello Statuto, servirà soltanto a ratificare ex post le esigenze dei Dipartimenti e delle Scuole. La “nascita” di queste strutture sarà ratificata nei prossimi mesi, mentre sarebbe stato molto più sensato che ciò avvenisse contestualmente alla data di approvazione dello Statuto;

8) la sgradevole sensazione che i nuovi Organi penalizzino ingiustamente le rappresentanze elettive del personale tecnico amministrativo, sulle cui spalle ricadranno invece le conseguenze più “drammatiche” della imponente opera di riorganizzazione che coinvolgerà l’Ateneo nei prossimi anni.

Infine sono convinto che la soluzione trovata per l’assetto Multicampus dell’Ateneo non sia del tutto soddisfacente. Mi riferisco soprattutto al poco che è stato fatto per favorire la nascita di tanti nuovi Dipartimenti nelle sedi di Cesena, Forlì, Ravenna e Rimini. E’ davvero inaccettabile che solo 4 dei futuri 35 Dipartimenti e che nessuna delle 11 future Scuole abbiano sede principale in Romagna. Da questo punto di vista le modalità con le quali si è sviluppato il lavoro di stesura dello Statuto hanno favorito il manifestarsi di un “doppio tradimento”: quello dei docenti inquadrati in Romagna, che solo in minima parte si sono attivati per dar vita a progetti di costituzione di Dipartimenti in loco, e quello del “centro” bolognese nei confronti della “periferia” romagnola. A Bologna si è fatto di tutto per riaccentrare i luoghi decisionali, senza delineare con tempestività un sistema di condizioni incentivanti/premiali per chi volesse scegliere di fare della Romagna la sua unica sede di lavoro, dal punto di vista della didattica e della ricerca. I prossimi mesi saranno cruciali: alcune decisioni, soprattutto quelle sulle Scuole, sulla loro collocazione e sui loro assetti di governo Multicampus, devono ancora essere formalizzate. L’Ateneo è chiamato ad un’ultima prova di appello per dimostrare di voler esercitare quel ruolo di riequilibrio tra centro e periferia che i suoi vertici hanno purtroppo consapevolmente rifiutato di interpretare negli ultimi sedici mesi.