Ieri inquisizione, oggi omofobiaC’è un luogo da cui conviene accendere i riflettori su quanto successo martedì 26 luglio alla Camera dei Deputati. Quel luogo è l’Emilia-Romagna.

Mentre a Roma una schiacciante maggioranza clericale (Pdl, Lega Nord e Udc) ha dichiarato incostituzionale la proposta di legge contro l’omofobia, a Bologna un’altrettanto grande maggioranza di centrosinistra ha rotto il pre-accordo con l’Udc e ha eletto a presidente della Commissione Pari Opportunità della Regione la democratica Roberta Mori.

Scatenando un cortocircuito locale e nazionale nella strategia delle alleanze finora perseguita dal Pd.

Perché il legame tra le due vicende risiede qui: che il centrosinistra avente quale perno il Partito Democratico vorrebbe allargarsi all’Udc in nome della cacciata di Berlusconi (come se alla somma matematica delle percentuali di voto corrispondesse una fattibilità programmatica).

Un’operazione politicista – che non teneva in nessun conto il radicato desiderio di progresso degli elettori sul tema dei diritti civili, ma muoveva solo pedine su uno scacchiere – non poteva che scontrarsi con quanti (donne e uomini, omosessuali e trans, laici e laiche di ogni genere e orientamento) pagherebbero sulla propria pelle questo disegno.

Detto altrimenti: quando una persona soffre l’assenza di un diritto e una discriminazione presente, che rinunci alle sue giuste rivendicazioni in nome delle alleanze volute da D’Alema/Bersani è pura fantasia. Per esistere, il Pd deve invocare il suicidio dei suoi elettori? Impossibile ottenerlo.

Così si sono mosse le donne dell’associazione Orlando, quelle della CGIL e dell’UDI, le associazioni lgbt e la Rete Laica Bologna, che hanno chiesto “una Presidenza rispettosa del diritto all’autodeterminazione di ogni donna e di ogni uomo”, perché “posizioni anti-abortiste, contrarie all’esercizio della libertà individuale sui temi della vita e del fine-vita; posizioni discriminatorie nei confronti delle famiglie di chi sceglie di non sposarsi e delle famiglie delle persone omosessuali, bisessuali e trans; posizioni dettate dall’integralismo religioso, all’insegna della più crudele ortodossia conservatrice, non corrispondono al profilo che pretende la maggioranza dei cittadini emiliano-romagnoli”.

Le associazioni sono riuscite a impedire che fosse eletta alla Presidenza della Commissione regionale per le Pari Opportunità Silvià Noè, cognata di Casini ed esponente bolognese dell’Udc.

Subito è arrivato un invito alla nuova e laica Presidente per un “incontro a quattr’occhi”, in un clima cordiale utile a stemperare le (inevitabili?) polemiche che ne hanno accompagnato l’elezione.

Se ne fa interprete Emiliano Zaino, presidente di Arcigay “Il Cassero”, storico circolo bolognese, che propone a Mori di venire “a conoscere le associazioni che si battono per i diritti”, per “conoscere di persona come lavoriamo e quali sono i nostri progetti, per aiutarci a sfatare quei pregiudizi frutto d’ignoranza e di un clima da barricate davvero lontano dagli intenti di associazioni come la nostra, che cerca invece di trovare risposte nella politica ai bisogni di tutti i cittadini”.

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Ecco dunque che la vicenda emiliana illumina bene quanto successo nella Capitale, dove ancora si vagheggia, dalle parti della Fondazione Italianieuropei e in via delle Fratte, di un’alleanza di “nuovo conio” con l’Unione Di Centro.

Come può il centrosinistra allearsi con chi ritiene incostituzionale una modestissima legge contro le violenze omofobiche?

Come può il centrosinistra allearsi con chi ritiene di dover proibire la paternità e la maternità e il matrimonio civile alle persone omosessuali?

Come può il centrosinistra allearsi con chi ritiene che debba essere lo Stato e non il singolo a decidere come vivere e come e quando morire?

Non può e qualcuno comincia a capirlo.