Appena entrata in vigore e già messa in discussione con un ricorso in tribunale. La legge belga che proibisce alle donne musulmane di indossare in luoghi pubblici il velo integrale, sia nella versione burqa che in quella più comune del niqab, è stata approvata dalla camera bassa del parlamento nell’aprile del 2010 ma solo ieri, appunto, è entrata ufficialmente in vigore dopo il via libera del senato.

La legge, che un anno fa fu votata praticamente all’unanimità, con appena due voti contrari, stabilisce che per ragioni di sicurezza, in luoghi pubblici come parchi o strade, è vietato indossare abiti che nascondano l’identità di una persona. L’applicazione quotidiana, al di là di casi “occasionali” come manifestazioni politiche di gruppi estremisti, riguarda in particolare le donne musulmane che usano il velo integrale. Così come nella vicina Francia, il primo paese europeo a vietare il niqab in pubblico, la questione ha più che altro un valore simbolico, visto che secondo le stime della stessa polizia belga, sono appena poche decine le donne musulmane che usano questo tipo di copertura, su un totale di almeno mezzo milione di cittadini musulmani in tutto il Belgio. La pena per chi non rispetta il divieto è una multa di 137 euro e, in caso di recidiva ripetuta, fino a sette giorni di prigione.

In Belgio, peraltro, come già in altri paesi e regioni europei, dalla Danimarca alla Catalogna, esistono diversi divieti locali, approvati da singoli consigli municipali (Anversa, tra gli altri) che, sempre per motivi di sicurezza, proibiscono l’uso di indumenti, maschere comprese, che rendano irriconoscibili.

Due donne, comunque, hanno già annunciato ricorso contro la legge nazionale. La loro avvocata, Ines Wouters ha spiegato che dal loro punto di vista, “la legge è una sproporzionata intrusione dello stato nella sfera dei diritti individuali come la libertà di espressione e di religione”. Secondo l’Agence France Press, l’avvocata Wouters ha già fatto ricorso alla Corte costituzionale belga chiedendo anche di sospendere l’applicazione della legge in attesa del giudizio sulla sua costituzionalità.

Nonostante l’ampio consenso parlamentare, così come in Francia, la legge solleva molti dubbi, specialmente tra le associazioni per la difesa dei diritti umani e naturalmente tra quelle musulmane. Il ricorso dell’avvocata Wouters spiega che l’effetto della legge sarà quello di impedire alle donne musulmane che vogliono usare il niqab di uscire di casa. Quindi, proprio le donne che la legge dice di voler proteggere rischiano di essere da essa discriminate.

E anche se la motivazione della legge riguarda la sicurezza pubblica, non può sfuggire l’ironia della situazione: il parlamento di un paese che oltre un anno dopo le elezioni non è ancora riuscito a formare un governo, riesce però ad approvare all’unanimità un testo dall’alto valore simbolico ma dagli effetti pratici molto dubbi e controversi, come per esempio ha fatto più volte notare Amnesty International che mantiene una posizione molto critica verso interventi legislativi di questo tipo.

Lo aveva detto, con il suo stile provocatorio, il filosofo Slavoj Zizek a proposito del dibattito francese: “Non si può non notare come il presunto attacco universalista al burqa nel nome dei diritti umani e della dignità delle donne finisca in una difesa del particolare stile di vita francese”, scrive Zizek nel capitolo iniziale di Vivere alla fine dei tempi (Ponte alle Grazie). “Questo è dunque il motivo dell’ansia causata dal volto coperto: esso ci mette direttamente a confronto con l’abisso dell’Altro-Cosa, con il Prossimo nella sua dimensione sconcertante». Non è un buon segnale, per il Belgio diviso tra Fiamminghi e Valloni, né per la capitale europea Bruxelles, che partiti divisi praticamente su tutto riescano a ritrovare un qualche consenso solo quando si tratta degli “altri”.

di Joseph Zarlingo