Fino al 27 giugno la chiamavano “libera repubblica della Maddalena”. In quelle settimane, in cui il movimento No Tav prese possesso dell’area del futuro, primo cantiere della Torino-Lione, si gridò all’abdicazione dello Stato.

Era un’osservazione non del tutto impropria, tuttavia, tra quei pochi ettari di vigne e di bosco, si poteva camminare, con il solo incomodo di qualche tronco di ciliegio da scavalcare.

Oggi, a tre settimane dallo sgombero della “libera repubblica” e a dieci giorni dai pesanti scontri del 3 luglio, l’area è completamente off limits per tutti, stampa compresa, anche se i giornalisti sono stati invitati per la visita dell’europarlamentare Gianni Vattimo. Entra solo lui (non senza difficoltà) accompagnato da un membro della Comunità montana e da un paio di esponenti dei Comitati No Tav; gli altri, compresa una signora che da venti giorni non può lavorare nelle sue vigne, fuori.

All’imbocco della via dell’Avanà, dove i No Tav montarono la barricata “Stalingrado” che si sbriciolò come un grissino al primo colpo di ruspa, c’è ora un pesante cancello metallico con tanto di filo spinato, presidiato da carabinieri in mimetica. I locali della centrale elettrica, come quelli più a monte del museo archeologico della Maddalena, sono occupati dalle forze dell’ordine.

Alle 13, ora del cambio turno, si possono contare nove mezzi (di cui tre blindati) salire verso la zona del cantiere, sotto il viadotto della Ramat dell’autostrada Torino-Bardonecchia. Tra Carabinieri, Polizia e Guardia di Finanza erano in seicento subito dopo lo sgombero: “Ora – racconta un agente in borghese fuori dalla “zona rossa” mentre un elicottero militare sorvola la zona – siamo di meno, tre, quattrocento”. Sono settimane pesanti, anche per loro: “Noi abbiamo fatto il nostro mestiere – racconta – e lo abbiamo fatto bene, credo. Almeno rispetto al 2005 (scontri di Venaus, Ndr), per non parlare del 2001… Il problema è che non si può andare avanti così per molto. Basta che inizi il campionato di calcio, e qui rischiamo di smobilitare”. Pochi metri più in là un geometra di Almese sembra dargli ragione: “Noi non molliamo. Voglio vedere – dice indicando la stretta gola di fronte alla centrale elettrica – come faranno a far passare di qui il primo camion di terra. Ce ne vogliono migliaia. Che fanno? Li scortano uno a uno fino al Mocenisio (una delle probabili zone di smaltimento dello smarino, Ndr)?”.

Ma cosa difende questo imponente schieramento di forze? L’inizio dei lavori del Tav Torino-Lione? No di certo. Il cunicolo della Maddalena è un semplice tunnel esplorativo per sondare il ventre della montagna. I lavori portati finora a termine, oltre alla discenderia provvisoria dal viadotto dell’A32, sono soltanto quelli di recinzione dell’area sottoposta a ordinanza prefettizia, lavori realizzati dalla Italcoge e dalla Martina, due imprese locai della Valle, una della quali (la Italcoge di Susa), inciampata negli anni scorsi in qualche procedimento giudiziario. Della Cmc di Ravenna, che ha vinto l’appalto per scavare il tunnel, non c’è ancora traccia: “Secondo me non arriveranno mai”, ghigna il geometra di Almese.

Del “cantiere fantasma” parla Gianni Vattimo dopo un’ora di visita guidata: “Abbiamo constatato una cosa molto semplice – racconta il filosofo europarlamentare – che il cantiere semplicemente non c’è. O almeno, non ci sono le condizioni per cui il fondo europeo a favore di Ltf (Lyon-Turin Ferroviaire, l’impresa incaricata della progettazione, Ndr) è stato sbloccato: l’unico lavoro realizzato è la recinzione della zona, oltre a qualche lavorino stradale per l’accesso alla Maddalena, ma nell’area dello scavo non c’è un bel niente”. “E non possono fare nulla – giura un esponente della Comunità montana – perché nella zona dove dovrebbe materialmente partire il tunnel (non compresa nel territorio requisito dal prefetto, Ndr) gli espropri temporanei non sono neanche stati avviati. Ci vorrà tempo”.

Il Tar del Lazio, intanto, ha respinto il primo dei ricorsi della Comunità montana contro la legittimità del cantiere; ce ne saranno altri.

Sembra risolto, invece, il “giallo” della commissione Via. I deputati torinesi Stefano Esposito (Pd) e Agostino Ghiglia (Pdl) erano saltati sulla sedia mercoledì nell’apprendere che la commissione incaricata di fornire la valutazione d’impatto ambientale (Via) entro il 31 luglio, era scaduta e vacante. Ventiquattrore di panico per i finanziamenti europei, poi la soluzione: la proroga della Commisione Via è stata inserita in un emendamento alla Manovra finanziaria.

Dal Fatto Quotidiano del 15 luglio 2011