Viale Marconi, sede della Rai di Napoli. Va in onda la scomparsa dei fatti. Otto giugno: alle 14.36 esce un’Ansa sugli scontri tra immigrati e forze dell’ordine nel Cei di Santa Maria Capua Vetere, in provincia di Caserta. Altre due agenzie, alle 16.05 e alle 18.13, arricchiscono la notizia di dettagli: un incendio, il tentato suicidio di un immigrato, diversi poliziotti feriti. Il Tg regionale della Campania delle 19.30 non riferirà una sola parola sull’accaduto. Al contrario del Tg 3 nazionale, che già mezz’ora prima ha coperto la vicenda. Cosa è andato in onda quel giorno nel Tg regionale? Servizi sulla internazionalizzazione delle imprese, sulla nomina di nuovi cavalieri del lavoro, sulle ricerche nel campo dell’enzimologia. C’è persino un servizio su una conferenza del presidente onorario della Fondazione “Società di Studi Politici”.

Passo indietro al 18 settembre 2008. La camorra uccide a Castelvolturno un italiano, titolare di una sala giochi di Baia Verde, poi massacra sei africani in una sartoria con 130 colpi di kalashnikov. E’ la ‘strage di San Gennaro’. Il giorno dopo esplode la rabbia e la rivolta di migliaia di immigrati del casertano. Sul litorale domizio arrivano inviati da tutta Italia e di tutte le testate. Ma il Tg 3 Campania compila la seguente scaletta: sei servizi di politica, tra cui le imperdibili feste regionali del Pd e del Pdl, poi il Real Sito di Carditello, un concerto della Fondazione Mondragone, gara di go kart per disabili ad Avellino, convegni di chirurgia, odontoiatria, una marcia nel paese di Padre Pio e un pellegrinaggio di gruppi religiosi per l’Inno di Maria a Pompei, dove è atteso Rocco Buttiglione, fratello di Angela, all’epoca direttore della Tgr, la testata giornalistica regionale dalla quale dipende la sede Rai di Napoli. A Castelvolturno non viene mandato nemmeno un cronista sciolto.

In compenso, il Tg regionale della Campania guidato da 8 anni dal capo redattore Massimo Milone, fino al 2010 presidente dell’Unione Cattolica della Stampa Italiana (Ucsi), si dimostra particolarmente attento alle esternazioni del Cardinale Crescenzio Sepe. Nei 1820 giorni in cui è stato Arcivescovo di Napoli, ha collezionato 1332 tra servizi e notizie. Il Prefetto è fermo a 516, il Procuratore a 428, il Questore a 250. A Milano, l’Arcivescovo si è visto riservare dal Tg 3 della Lombardia “solo” 371 servizi. Anche il Papa sfigura rispetto al Cardinale. Ratzinger, dalla sede di Roma, nello stesso periodo, è stato protagonista di 752 servizi, la metà di quelli napoletani per Sepe.

Un’attenzione che si riverbera anche nel modo di porre le notizie. Il 16 giugno 2010 le agenzie mettono in rete che Sepe è coinvolto nell’inchiesta sugli appalti della “cricca”. Ma per i vertici della redazione napoletana, rivelano alcuni giornalisti del Tg R della Campania, questa “non è una notizia” (testuale). Tre giorni dopo arriva l’avviso di garanzia. Nella notte il Tg napoletano limita il tutto a una piccola notizia in cui però l’iscrizione nel registro degli indagati di Sepe e dell’ex ministro Lunardi viene data al condizionale, anche se è ufficiale da ore.

Viale Marconi, Napoli. Va in onda la scomparsa dei fatti, dicevamo. Frutto, secondo alcuni giornalisti della sede Rai che hanno espresso le loro considerazioni in un documento di otto pagine, di “una gestione privatistica del servizio pubblico, in cui rapporti personali, amicizie e convenienze stravolgono la normale scala di valori dell’interesse giornalistico”. E a farne le spese è il telespettatore che paga il canone. Ecco quindi il piccolo ma corposo libro bianco di censure, omissioni e applicazioni varie della sempre valida tecnica del “parlare d’altro”, dal quale abbiamo estratto gli esempi di prima. In redazione il disagio è forte, la tensione si affetta col coltello. Fioccano le critiche verso la gestione Milone. Un recente documento ha raccolto 27 firme su 44, uno successivo è stato approvato con 21 voti su 41. E a maggio il Cdr si è dimesso in blocco, quando in piena campagna elettorale il Tg 3 Campania ha trasmesso per intero lo spot di Silvio Berlusconi: è la famigerata “intervista” al presidente del Consiglio.

Non bisogna meravigliarsi se il Cdr del Tg regionale aderisce alla campagna promossa dall’Usigrai e dalla Fnsi dal titolo “riprendiamoci la Rai” ed emana un comunicato sindacale “in difesa della libertà di informare”, denunciando “inaccettabili tagli dal sapore di censura” e “le tante, troppe interviste riservate ad alcuni esponenti del mondo politico, scientifico, delle università private” che “rappresentano una casistica sproporzionata”. Un modo politically correct per dire che si fanno troppe ‘marchette’. O quantomeno per segnalare anomalie. Come quella dei 527 servizi dedicati al Suor Orsola Benincasa da quando Milone è capo redattore di Napoli. Uno ogni 5,4 giorni. Mentre gli unici contratti a tempo determinato alla Rai di Napoli sono stati firmati da giornalisti provenienti dal Suor Orsola, professionisti tramite il Master dell’Istituto. Tra i docenti del Suor Orsola figura lo stesso Milone. Insegna “etica e deontologia della professione”. Purtroppo, secondo i dati elaborati dal Coordinamento giornalisti precari della Campania, il 70% degli studenti dei master in giornalismo in questa regione si avvia verso una brillante carriera di disoccupato.

Sarà poi sicuramente una coincidenza, ma uno dei politici più presenti nel Tg 3 campano, almeno fino a quando non è finito nelle maglie dell’inchiesta sulla P4, è il deputato del Pdl Alfonso Papa, magistrato in aspettativa: 33 presenze, principalmente negli ultimi tre anni, per lo più interviste sui problemi della giustizia. E’ stato anche lui docente del Suor Orsola.

Il Tg 3 Campania pende a destra? Domanda legittima. Il processo per camorra al coordinatore campano del Pdl Nicola Cosentino viene seguito con toni morbidi e ultragarantisti, dando ampio spazio alle parole dell’imputato e del suo avvocato. E quando arrivano i ballottaggi per il sindaco di Napoli, il vertice della redazione impugna le forbici e taglia dall’intervista a Luigi de Magistris i suoi riferimenti a “Lettieri prestanome politico di Cosentino”. Senza nemmeno avvertire il giornalista autore del servizio.