Mancano solo le vecchiette vestite di nero che si battono il petto piangendo. Per il resto c’è tutto: carro funebre, bare portate a mano e un violinista che da un camion adibito a sound system intona la tristissima sonata numero due dell’opera 35 di Chopin.

Ma non è un funerale. E’ il corteo del popolo delle partite Iva della Sardegna. “Sono le bare con cui intendiamo seppellire le nostre attività, dato che non riusciamo più a lavorare e questo è il corteo funebre dell’isola, perché anche lei è morta”, dice un manifestante.

Certo, l’estetica è un po’ tetra, ma rende benissimo lo stato d’animo dei partecipanti. Sono arrivati a Cagliari da ogni angolo della Sardegna e hanno marciato in ventimila fino alla sede dell’amministrazione regionale per portare in piazza rabbia e disperazione di un intero popolo: imprenditori, artigiani, commercianti, ma anche camionisti e pastori. Lavoratori prima bastonati dalla crisi, poi fatti prigionieri delle caselle esattoriali di Equitalia, l’agenzia statale che si occupa della riscossione dei tributi, e infine presi per i fondelli dalle promesse del governo e del presidente regionale Ugo Cappellacci.

Proprio loro, che in buona misura si erano affidati al centrodestra per riprendersi dalla carneficina sociale della crisi finanziaria. “Abbiamo scelto di sceneggiare un corteo funebre per mostrare allegoricamente come il tessuto produttivo dell’isola stia morendo letteralmente di fame. Dobbiamo cambiare la nostra bandiera: dai quattro mori ai quattro morti”, dicono gli organizzatori.

Il corteo è sfilato in silenzio per quasi tutto il percorso per poi, una volta sotto la sede della regione, liberare la propria frustrazione al grido di “forza paris”, che tradotto in italiano significa “forza insieme”.

“Faremo tremare il palazzo con le nostre urla – minacciano i manifestanti – Se nessuno ci darà ancora retta, la prossima volta andremo a sfondare la porta di Palazzo Chigi, e Cappellacci deve venire con noi. Con il suo popolo”.

Sì perché gli imprenditori sostengono di essere stati traditi dal centrodestra, a Cagliari come a Roma. “Il governatore e il ministro Tremonti ci avevano promesso una pax fiscale – spiega Felice Paris del Movimento pastori sardi – a partire da una riscossione più umana dei tributi, ma nel decreto Sviluppo non c’è niente per noi e Cappellacci è stato zitto mentre la sua isola va in rovina a causa delle caselle esattoriali e dei pignoramenti”.

I manifestanti chiedono una serie di interventi che consentano loro di tornare a lavorare: una moratoria fiscale (promessa e mai attuata dal presidente regionale), lo stop della vendita a prezzi bassissimi delle case ipotecate, il blocco degli interessi sulle cartelle esattoriali e maglie più larghe per l’accesso al credito bancario. E poi c’è la partita degli studi di settore. “Io ho una pompa di benzina con a fianco un bar a Vallermosa, comune di 2000 anime in provincia di Cagliari”, racconta un manifestante. “Gli studi di settore – continua – dicono che quel bar deve rendere come uno che sta a Milano e mi impongono di dichiarare una determinata cifra come previsione di incasso, ma se poi non la raggiungo, ecco che agli occhi dello Stato divento un evasore”.

Oltre che con la politica, gli imprenditori sardi sono inferociti con Equitalia che li marca stretto nella riscossione dei tributi: “Un’usura di Stato”, dicono. “Molta gente sotto la scure dell’agenzia ci chiama perché non sa come dare da mangiare ai propri figli oppure dice che si vuole ammazzare”, racconta Andrea Impera, uno dei portavoce del movimento.

I racconti della gente in piazza si assomigliano tutti. Come quello di Mario, ex macellaio: “Nel 2003 ho fatto un condono di una cartella da 25mila euro. Ora me n’è arrivata un’altra da 527mila euro. Mi hanno pignorato tutto: casa, attività e macchina”.

Gli imprenditori sardi sono vittime di un circolo vizioso: con le case all’asta, le attività sotto sequestro e le ganasce ai furgoni non possono lavorare, ma senza lavoro non possono pagare le tasse. E intanto gli interessi di Equitalia continuano a crescere vorticosamente.

Solo l’anno scorso sono state notificate 730mila cartelle, con ingiunzioni di pagamento. In media una ogni due abitanti dell’Isola. Dati alla mano, il totale dello scoperto della Sardegna fa paura: un miliardo e mezzo di euro. “E’ come se ogni sardo dovesse al fisco circa 1200 euro”, sottolinea Umberto Aime, giornalista della Nuova Sardegna.

Per il momento il governatore non è riuscito a ottenere pressoché niente dal governo, ma i manifestanti non demordono: “Cappellacci deve dichiarare lo stato di crisi fiscale, altrimenti bloccheremo la Sardegna con uno sciopero generale”.