Oggi è morto a Venezia, a 89 anni, Lamberto Sechi, storico direttore di Panorama, che guidò dal 1965 al 1979. Non è retorico affermare che con lui se ne va un pezzo della storia del giornalismo italiano, perché Sechi è stato l’artefice di un’autentica rivoluzione nel mondo dell’informazione.

Prese un mensile ingessato e, avendo in mente il modello di Time e Newsweek, ne fece il primo newsmagazine italiano: un settimanale di notizie raccontate con un linguaggio semplice e moderno, che rendeva accessibili a tutti i retroscena della politica come le nuove scoperte scientifiche, l’economia come la moda.

Per farlo, si avvalse della collaborazione di alcuni colleghi di grande esperienza (Gianluigi Rosa, Gaetano Tumiati) e di una redazione di ragazzi. E ragazze: giornaliste impegnate su tutti i fronti e non relegate, come usava allora nella stampa tradizionale (salvo eccellenti eccezioni: Cederna, Aspesi) nelle pagine della moda o della cucina.

Una redazione giovane significava un contatto diretto con una società in forte cambiamento. Fu così che prima e meglio degli altri media Panorama riuscì a intercettare e a raccontare i sommovimenti sociali e i cambiamenti del costume, le stragi di stato e le conquiste scientifiche, le battaglie per i diritti civili e la deriva terrorista.

Il Panorama di Lamberto Sechi fu in prima linea nelle battaglie per il divorzio e l’aborto, fu il primo giornale a occuparsi di ambiente e, già allora, di energia nucleare. Ogni articolo, ogni inchiesta, ogni reportage osservava però, sempre e senza eccezioni, la regola aurea del giornalismo di stampo anglosassone: dare tutte le informazioni affinché il lettore si facesse una sua opinione, senza influenzarlo con la propria. Un obiettivo difficile, onestamente quasi impossibile, ma che ognuno di noi si sforzava di raggiungere raccogliendo il massimo delle informazioni e ascoltando sempre tutte le campane. Le opinioni, poi, c’erano e ben visibili, ma fuori dagli articoli, in rubriche affidate a editorialisti che a loro volta hanno fatto storia: nomi come Giorgio Galli e Stefano Rodotà, solo per citarne due.

“I fatti separati dalle opinioni” recitava la testatina sotto la testata principale. Una formula alla quale se ne accompagnava un’altra, che Sechi pronunciava spesso e ci invitava a fare nostra: “Io ho tanti amici, Panorama nessuno”. E questa fu l’altra grande forza del giornale: la libertà di scrivere di tutto e su tutti, anche a costo di scontentare potenti, inserzionisti, amici.

Alla scuola di Sechi sono cresciuti tanti giornalisti che hanno fatto importanti corriere, da Carlo Rognoni, che gli successe nel 1979 e diresse poi Il Secolo XIX, a Claudio Rinaldi che a sua volta diresse Panorama e poi L’Europeo e l’Espresso, da Giulio Anselmi (direttore del Messaggero, dell’Ansa, della Stampa) a Carlo Rossella, uno dei pochi a tralignare approdando al berlusconismo più sfrenato.

Proprio Silvio Berlusconi, con la sua politica scellerata, era diventato negli ultimi anni la spina nel fianco di Sechi: “Ho visto il fascismo e lo riconosco in lui” diceva a noi ex giovani ed ex rivoluzionari che un tempo bacchettava tacciandoci di “estremismo infantiloide”. In vecchiaia si era concesso di diventarlo anche più di noi, e sono contenta che abbia fatto in tempo a vedere l’inizio della fine di un’epoca che tutto ha macchiato e stravolto, anche Panorama, oggi ridotto a house organ berlusconiano il cui motto dovrebbe essere: “I fatti falsati dalle opinioni”.