L'interno del 'Cafè de Paris', elegante ristorante e bar in via Veneto, una delle attività al centro delle indagini dei Carabinieri

Importanti bar e ristoranti della capitale gestiti da nullatenenti, ex barbieri o braccianti agricoli. Ma in realtà in mano alla ‘ndrangheta. Una fitta rete di prestanome che faceva capo a un unico personaggio, Vincenzo Alvaro, 47 anni, figlio di Nicola – detto ‘Beccauso’ – capo del ‘locale’ di Cosoleto dell’omonima cosca, in provincia di Reggio Calabria. Un giro di attività illecite con “un elevato livello di penetrazione” mafiosa, scoperto durante l’operazione ‘Rilancio’ condotta a Roma dai Carabinieri del Ros. Stamattina gli agenti hanno eseguito due ordinanze di custodia cautelare in carcere per Alvaro, ritenuto il “punto di riferimento nel panorama capitolino – si legge nell’ordinanza d’arresto firmata dal gip – e nel centro Italia per tutti gli esponenti di ‘ndrangheta interessati ad attività di reinvestimento e reimpiego di capitali illeciti”, e Damiano Villari, 42 anni, il più importante dei suoi prestanome per il numero di intestazioni fittizie e l’ “elevato spessore delinquenziale”. Entrambi risultano indagati per intestazione fittizia di beni con l’aggravante delle finalità mafiose. Contemporaneamente, i carabinieri hanno eseguito 17 perquisizioni nei confronti di altrettanti indagati. L’inchiesta, cominciata nel 2007, aveva già portato due anni fa a due sequestri, operati nei confronti di soggetti ritenuti dai carabinieri collegati alla cosca. Uno di merce contraffatta importata dal Vietnam, con il coinvolgimento di 12 indagati e della Mcs srl: circostanza smentita dal legale dell’azienda, Pasquale Gallo, che sottolinea come tra l’operazione del 2009 e quella di oggi non ci sia alcun collegamento. L’altro sequestro era invece rivolto proprio nei confronti di Vincenzo Alvaro e riguardava il suo intero patrimonio immobiliare e numerose attività commerciali. Come il leggendario Caffè de Paris di via Vittorio Veneto, il tutto per un totale di 200 milioni di euro. Ma il boss non avrebbe interrotto i suoi traffici, acquistando grazie a dei prestanome nuove attività. Due quelle sequestrate oggi a Roma: il bar ‘Il Naturista’ in via Salaria e il bar ‘Pedone’ di via Ponzio Comino, del valore superiore ai due milioni di euro.

Secondo la ricostruzione degli inquirenti, Alvaro era a capo della promanazione laziale della cosca ‘ndranghetista degli Alvaro, originaria dei comuni di Sinopoli e Cosoleto, in provincia di Reggio Calabria. Già sottoposto a sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno e all’applicazione di misure di prevenzione patrimoniale – disposte dalla procura di Reggio Calabria -, decide di ricorrere a una fitta rete di prestanome per salvaguardare le sue attività da possibili sequestri. Il suo nome non compare mai negli atti di compravendita ma, dalle intercettazioni tra Alvaro e alcuni dei personaggi coinvolti, gli investigatori hanno potuto notare come venisse “costantemente informato dell’andamento del locale e degli incassi giornalieri”. Tanto da definirlo “l’esclusivo dominus dell’attività”. Il piano, scrive il gip nell’ordinanza, era stato ben preparato: Roma è una città grande, difficile attirare l’attenzione. Eppure la “natura sospetta di una molteplicità di investimenti finanziari “ ha interessato gli inquirenti. Che hanno notato diverse stranezze nell’“acquisizione di quote di società che gestiscono esercizi commerciali”. Operazioni sospette per la mancanza di disponibilità economiche dei prestanome – in alcuni casi “addirittura nullatenenti” -, vendite e intestazioni in periodi vicini al sequestro ai danni di Alvaro, acquisti ingenti in contanti, o ancora “assenza di titoli comprovanti la vendita”. Ma soprattutto il “numero impressionante di attività imprenditoriali” coinvolte.

Tra i numerosi prestanome, sottolineano gli inquirenti, un ruolo di primo piano veniva giocato da Damiano Villari, originario di Sant’Eufemia d’Aspromonte, in provincia di Reggio Calabria. Sposato con Maria Eufemia Billè, coindagata nello stesso procedimento, Villari al suo paese era un barbiere, mentre la moglie gestiva una tintoria. Dagli accertamenti patrimoniali nei suoi confronti è risultato che, tranne nell’anno 2007, “ha dichiarato redditi appena sufficienti al sostentamento del nucleo familiare”. All’improvviso però, nel 2001, si trasferisce a Roma dove, a nome della moglie, acquista “un esercizio commerciale di primissimo piano”, il bar ‘California’. Pur essendo “sostenzialmente nullatenente, così come la moglie”. Poco dopo, scrive il gip nell’ordinanza, Vincenzo Alvaro ottiene il trasferimento del soggiorno obbligato a Roma, proprio grazie a una lettera di assunzione firmata dalla Billè, come aiuto cuoco al ‘California’. Da quel momento, sottolinea il giudice, Villari “è protagonista di una frenetica attività di acquisizione e gestione di locali sempre più importanti”.

“La testa di ponte per la cosca Alvaro nella capitale”. Questo, secondo gli investigatori, il ruolo di Villari nella vicenda: inspiegabile gestore di prestigiose attività ma che da solo non può decidere nulla. Senza cioè consultarsi con misteriosi “soci calabresi” che gli inquirenti hanno indivduato negli uomini della cosca Alvaro. “Arriverà qualcuno dalla Calabria che vuole lavorare” risponde Villari in una conversazione intercettata con Giovanni Adornato, direttore del ‘Cafè de Paris’, un altro dei locali degli indagati. Lo stesso che Villari, pur avendo avviato delle trattative con Abdalla Seed Tabib, sostiene di non poter cedere “perché la mafia mi ha detto di non vendere”. Motivazione riportata dallo stesso Tabib, che aggiunge: “Lui assunse un atteggiamento, come dire, mafioso, di minaccia dicendomi che dovevo stare attento”. Una circostanza confermata anche dal legale dell’uomo, Roberto Angeloni, che racconta di un incontro a tre nel suo studio per risolvere le controversie tra Tabib e Villari legate all’acquisto del locale. “Il Villari – dice l’avvocato – mi riferì che lo stesso nella vendita del ‘Cafè de Paris’ non era il solo a decidere. Pertanto a seguito di pressioni ricevute da altri soci calabresi non poteva vendere l’attività”. Pressioni, specificano i magistrati e il gip nell’ordinanza, che avevano ormai raggiunto “un elevato livello di penetrazione nel tessuto economico capitolino, inquinato dal massiccio impiego di capitali di incerta provenienza”.