Palazzo Grazioli - ufficio di presidenza Pdl. Silvio Berlusconi e Angelino Alfano

Il risultato delle amministrative brucia ancora e il lunedì nero di Silvio Berlusconi è troppo vicino per poterlo archiviare. Ma il presidente del Consiglio, dopo l’ammissione a caldo della sconfitta (“Abbiamo perso, è evidente”), consegnata ai giornalisti a Bucarest, spiega con più calma che alla fine è quasi normale “pagare dazio” nelle urne per chi sta al governo. “Abbiamo fatto un’analisi senza indulgenze”, dice ai giornalisti assiepati nel parlamentino di palazzo Grazioli accorsi per registrare l’ufficialità della nomina di Angelino Alfano, primo segretario nazionale del Pdl dopo 16 anni di conduzione unica del Cavaliere. Ma è un’analisi, aggiunge subito dopo, che viene fatta “senza depressioni: abbiamo pagato dazio perché siamo al governo”, spiega il premier lasciando intendere che la crisi economica ha avuto il suo peso. Sì, lascia intendere. Perché invece, a parole, scandisce chiaro e tondo che ad aver influenzato – e pesantemente – il risultato elettorale, sono stati i media.

C’è stata, è l’accusa del Cavaliere, una “straordinaria tenaglia dei media”, di “tutta la stampa e i giornali” in modo “inaccettabile”. Talmente inaccettabile che, promette il presidente del Consiglio “non accadrà mai più: ci impegneremo in Parlamento perché ciò non si ripeta”. Il dito, senza sorprese, viene puntato su “dieci trasmissioni Rai”, specie Annozero che “mistifica e falsifica”, in maniera “così tenace” da far dire a Berlusconi che anche un elettore del centrodestra, vedendo certi servizi, “micidiali”, non avrebbe potuto votare per il Pdl.

Insomma, secondo il premier la sconfitta elettorale è da imputare alla visione distorta che i media in generale e la trasmissione di Santoro in particolare, hanno fornito della realtà di Milano e delle città in cui si votava. La tesi è la stessa, ma capovolta, contenuta nella lettura del risultato elettorale che Luca Ricolfi riportava ieri su La Stampa: “Se anziché chiederci «chi ha perso?» proviamo a chiederci «chi ha vinto?», tutto si complica”, scriveva l’editorialista del quotidiano torinese. Perché “di vincitori ce ne sono fin troppi”, ma nessuno fino in fondo. Non il partito di Pierluigi Bersani “la cui forza sembra tuttora abbondantemente al di sotto di quella che aveva nel 2008, ai tempi della corsa (quasi) solitaria di Veltroni”. Non il Terzo polo che pur avendo visto indebolirsi Pdl e Pd, non ha ricevuto i loro voti che invece “sono confluiti sulle liste civiche e sui partiti più arrabbiati, non certo sui partitini di Casini, Fini e Rutelli”. E “il cosiddetto «partito di Santoro», quello degli ospiti eccellenti della trasmissione Annozero, come Di Pietro e Vendola, Beppe Grillo, Marco Travaglio e i colleghi del Fatto Quotidiano?”. “Sono dunque loro, Santoro e i suoi, i veri vincitori di questo passaggio elettorale?”, si chiede Ricolfi. “A giudicare dai dati, mi sembra che si debba dire di sì” perché “le sole forze politiche che hanno sfondato sono quelle della protesta (Vendola e Grillo), una protesta fatta di populismo, idealismo, romanticismo anti-economico”. Ecco la saldatura con il Berlusconi-pensiero che individua in Michele Santoro il vero nemico politico da abbattere.

Il premier, però, non nasconde il momento di difficoltà pur sottolineando che nonostante la debacle “il Pdl è sempre un grande partito, determinante” che viene ancora premiato dai sondaggi “che ci danno 4 punti sopra il Pd’’. Una puntualizzazione che giunge dopo aver visto che le proprie autocritiche, gli “atti di accusa nei confronti di noi stessi”, sono stati poi letti da “qualche giornale come se il partito fosse sull’orlo dell’implosione. Nulla è più lontano dal vero di questo”, scandisce il premier dicendo che “al di là di inopportune manifestazioni di divisioni su questo o su quel punto, il nostro è un partito compatto e unito”. E se qualcuno dice il contrario, sembra sfidare il Cavaliere, si vada a vedere cosa succede in casa altrui dove c’è un “Pd che fa festa in modo patetico perchè nessuno dei candidati che ha vinto gli appartiene…”.

Ma contro gli avversari, almeno stasera, niente di più. Stasera, tutta la scena, è dedicata alla sua piccola rivoluzione e al suo delfino Alfano. L’entusiasmo del futuro segretario del Pdl (“da oggi si riparte, ci candidiamo a vincere nel 2013“) lo fa sorridere e quasi compiere una nuova retromarcia rispetto a una sua futura rinuncia alla premiership nel 2013: “Per decidere questo – spiega ai cronisti – è ancora presto”. Così come è ancora presto parlare di primarie sulle quali aveva lasciato solo ieri uno spiraglio aperto. Pur tra mille cautele.
E per cautela, ma forse più ancora per tattica politica, annuncia quella libertà di voto che il Pdl lascerà al referendum che, in questo modo, impedirà alle opposizioni di  ‘berlusconizzarne’ gli esiti. E’ un referendum sul nucleare, spiega, e “non abbiamo posizioni preconcette”. Di referendum su Berlusconi, insomma, non è più – o non ancora – il momento.