Alla fine, ne sono certi tutti, gli resterà accanto solo lui, Paolino Bonaiuti da Firenze, quello che la sera telefona nelle redazioni dei giornali amici e chiede di conoscere cosa i cronisti di Palazzo hanno scritto sul suo Capo. E pretende pure sussiegose correzioni. Gli altri – tutti gli altri – addetti stampa di regime hanno fiutato l’aria, ma solo pochi di loro sono davvero in grado di salvarsi dallo tsunami che si scatenerà se Mestizia Moratti tornerà a pascolare i cavalli a San Patrignano. La salvezza, per chi ha passato gli ultimi quindici anni della propria vita professionale a far da zerbino al volere mediatico di Silvio, si chiama ufficio stampa della Presidenza del Consiglio, regno incontrastato del succitato Bonaiuti, uomo dall’invidia facile e dalla vendetta lesta. Ebbene, dopo essersi tolto dalle scatole, giusto un annetto fa, Fabrizio Casinelli, spedito in Rai a far la guardia a Mauro Masi e dopo lì rimasto (a tempo indeterminato, obviously), Bonaiuti si era fatto imporre da Confindustria l’ex addetta stampa Vincenza Alessio, ovviamente nel ruolo di capo. Poi, però, la signora ha pensato bene di lasciare presto quei lidi dove l’agibilità professionale era ridotta al ritiro dello stipendio (nulla si muove che Bonaiuti non voglia) e dunque il ruolo di capo è rimasto scoperto. E se fosse stato per paolino Bonaiuti, lo sarebbe rimasto in eterno. Solo che quando crollano i regimi bisogna mettere sempre in salvo prima alcune “fortezze”. E l’idea è di blindare, con contratti a tempo indeterminato, ovviamente, i migliori “servitori” del Sultano. E, soprattutto, il delicato ufficio stampa di Palazzo Chigi.

Insomma, dovesse cascare il mondo, oltre che il regno di Silvio, quelli che verranno dopo si troveranno comunque tra le scatole due uomini che più berluscones di così non si può. Il primo è Fabrizio Ravoni, ex del Giornale, chilometrico chauffeur di Giulio Tremonti e da lui allontanato qualche mese fa e parcheggiato – guarda caso – a Palazzo Chigi. Accanto a lui si farà largo Claudio Rizza, ex notista del Messaggero, amicone di vecchia data proprio di Bonaiuti. Per entrambi, gli stipendi saranno adeguati al ruolo e, soprattutto, al servigio prestato negli anni alla corte di Arcore; ottomila euro il primo, quasi seimila il secondo e spese pagate. D’altra parte, come si fa. Una congrua liquidazione, in questi è casi d’obbligo. Anche perché chi se ne va  non si sa mai cosa potrebbe raccontare.

Ma c’è anche chi, non potendo trovare rifugio tra le mura del Palazzo, troverà ad accoglierlo una comoda scrivania in qualche ente di lusso, di quelli che non contano nulla, ma fanno grande spolvero. A collocazioni del genere aspirano Marco Ventura,  una vita professionale spesa all’ombra di Silvio prima alGiornale poi nel dipartimento degli Esteri della Presidenza del Consiglio;  Edi Benedetto, uomo ombra di Schifani e per Danila Subriani, la biondissima spin doctor di Angelino Alfano. Perchè poi, se gli uffici stampa dei palazzi del potere non dovessero bastare, ci sono sempre la Rai, la Fao, l’Unesco, la Croce Rossa, le Autorities e tutto quello che, in un modo o nell’altro, paghiamo sempre noi.

L’importante è operare prima che il regime change diventi realtà conclamata, blindando quei posti che in futuro potrebbero venire utili, non si sa mai. Il potere pare si stia logorando più velocemente del previsto e l’assalto alle scialuppe dei devoti diventa ogni giorno più agghiacciante.