La delegazione israeliana all’Onu presenterà una protesta formale al Consiglio di Sicurezza per gli incidenti di domenica sui confini con Libano e Siria. Secondo quanto ha riferito la radio militare israeliana, il governo intende accusare i due Paesi di aver violato le risoluzioni internazionali e consentito che i manifestanti palestinesi superassero il confine.

La richiesta dello Stato ebraico è il contraltare di quella già presentata dai rappresentanti libanesi all’Onu, che accusano invece Israele di aver violato le leggi internazionali e chiedono un’inchiesta per accertare i fatti accaduti vicino al villaggio di Marun a-Ras: secondo il Libano, dieci persone sono state uccise e 112 sono rimaste ferite quando le truppe israeliane hanno aperto il fuoco per bloccare la protesta di centinaia di esuli palestinesi che avevano preso d’assalto il confine per ricordare la Nakba, la “Catastrofe”, cioè la fuga di decine di migliaia di palestinesi dal territorio che nel 1948 l’Onu assegnò al nuovo Stato ebraico. I più recenti studi di storici israeliani come Ilan Pappe hanno dimostrato che l’allora governo di Tel Aviv usò la guerra scatenata dai Paesi arabi vicini, che non avevano accettato la spartizione della Palestina storica, come pretesto per una politica di pulizia etnica. L’effetto sono i milioni di palestinesi che vivono nei campi profughi sparpagliati in tutto il Medio Oriente, dal Libano all’Iraq.

La protesta di domenica, ancora una volta, ha colto Tel Aviv con la guardia bassa. Secondo quanto scrive il sito israeliano Debka, ci sono volute diverse ore prima che l’esercito israeliano reagisse alla protesta sul confine siriano, dove centinaia di persone sono riuscite a passare la frontiera e a “occupare” (o “liberare”) il villaggio di Majd al Shams, nel Golan, conquistato dalle forze israeliane dopo la guerra dei sei giorni, nel 1967. Debka scrive anzi che le persone entrate a Majd al Shams sarebbero state allontanate non dai soldati israeliani ma dall’intervento dei capi della locale comunità drusa, anche se, negli scontri tra soldati e manifestanti ci sono stati almeno due morti. Per quattro ore, dalle 13,30 alle 17,30 ora locale, le bandiere palestinesi e siriane hanno sventolato sulla piazza di Majd al Shams.

Il governo di tel Aviv sta correndo ai ripari rinforzando il dispositivo militare attorno al confine con la Siria e con il Libano, mentre dal Cairo sono arrivate le notizie di una protesta, nella notte di ieri, davanti l’ambasciata israeliana. Centinaia di persone si sono radunate per ricordare la Nakba e chiedere la fine dell’occupazione dei territori palestinesi. La polizia egiziana è intervenuta con lacrimogeni e pallottole di gomma quando un gruppo di manifestanti ha cercato di forzare i cancelli dell’ambasciata. Almeno venti persone sono state arrestate mentre i feriti sono alcune decine.

Che in un Medio Oriente già sconvolto dalle rivolte della Primavera araba la tensione stia rapidamente salendo lo dimostrano anche il comunicato con cui l’esercito libanese ha annunciato lo stato di massima allerta e le parole del ministro della difesa israeliano Ehud Barak. In un’intervista all’emittente televisiva Channel 2, Barak ha detto che “Israele deve essere pronto anche per sfide più complesse degli incidenti di domenica”. La cui responsabilità, secondo Barak, ricade interamente sui manifestanti che hanno violato i confini israeliani “e su quelli che li hanno mandati, se ce ne sono”.

E mentre una parte della stampa israeliana punta il dito contro il regime di Damasco, il partito islamista libanese Hezbollah e l’Iran, considerato il manovratore occulto, dalle pagine del quotidiano progressista Ha’aretz, l’analista Zvi Bar’el fa notare che tanto Assad quanto Hezbollah hanno sempre cercato di contenere la protesta palestinese entro “limiti” che non provocassero una dura reazione israeliana. E che che sia l’esercito libanese quanto quello siriano (impegnato nella repressione della protesta contro il regime) sembrano essere stati presi di sorpresa non meno di Tsahal. In sostanza, dalla lampada del Medio Oriente in subbuglio, potrebbe uscire un genio palestinese non più addomesticato dalla volontà dei regimi arabi o perfino da quella delle elite politiche palestinesi, appena all’inizio del loro processo di pace interno dopo l’accordo firmato al Cairo pochi giorni fa.

di Enzo Mangini – Lettera 22