E’ stata una mazurka di rancori, un ballo strampalato fatto di cadute – tante – di accuse reciproche e pestoni sui piedi. E’ stata una campagna elettorale debole, quella di Bologna, per due lunghi mesi. Ed è servito il ritorno in piazza Maggiore di Romano Prodi, semplicemente il Professore, dalle sue parti, per porre rimedio al vuoto. E’ arrivato sul palco del Pd, il giorno della festa per Virginio Merola, il candidato a sindaco, correndo, trafelato, di ritorno da un viaggio dalla Cina. E la sua piazza, piazza Maggiore, lo ha accolto con un lungo applauso, liberatorio.

Diecimila persone è riuscito a portare il partito per l’ultimo appello di voto. Quasi quanto quello che è riuscito a fare Beppe Grillo, oggi considerato dalla sinistra il nemico più fastidioso. Ma la piazza stracolma, oltre tutte le aspettative, è riuscita a riportare anche la politica dopo due mesi di vuoto,  giorni in cui i programmi sembravano scomparsi per lasciare spazio ai livori e alle insinuazioni. Un grande processo popolare, quello avvenuto sotto le Due Torri, dove tutti i testimoni più che attenersi ai fatti hanno giocato a screditare chi ha parlato prima.

Così Bologna si era risvegliata ogni giorno, in questi due mesi: infastidita come una signora a cui una folata di scirocco ha rovinato la piega, per niente incuriosita dalle beghe di partito, quasi consapevole che si stava meglio quando si stava peggio, quando il problema politico non esisteva perché nella prestigiosa sede di palazzo d’Accursio si andava a sedere ogni mattina un commissario prefettizio, e non un politico.

Stasera il Pd, grazie a Prodi e a quell’abilissimo e caparbio oratore che è Vasco Errani e a un Pierluigi Bersani molto più a suo agio tra le mura di casa, ha provato a riprendersi la città-simbolo del centrosinistra. O almeno la piazza. Dopo che Grillo prima e l’improbabile coppia da comizio, Bossi e Tremonti, avevano provato a strappargli.

Un Prodi che riabbraccia dopo un lungo periodo di freddo distacco il Pd, che torna il Professore da combattimento: “Berlusconi ha portato la bandiera della volgarità, questa volgarità di cui sento la vergogna in tutti i Paesi del mondo, ed è una volgarità da cui dobbiamo riscattarci, perché  colpisce la nostra dignità e colpisce soprattutto il nostro futuro, il futuro di noi italiani, di tutti noi italiani”. E poi Bersani: ”Noi ci laviamo, ma al limite  è sempre meglio essere sporchi fuori che sporchi dentro”. Così il segretario del Pd, risponde a una domanda del’umorista Dario Vergassola che gli aveva chiesto di commentare l’accusa di Silvio Berlusconi agli esponenti di sinistra di non lavarsi. Bersani risponde al comico anche quando cita Tremonti che, riferendosi alle origini meridionali di Merola, ha detto che di questo passo a Bologna ci sarà un sindaco Alì Babà. “Beh, Alì Babà è sempre meglio dei 40 ladroni”.

Applausi. Ovvio. Ma restano le preoccupazioni, perché se il Pd a Bologna sembra non avere avversari politici la paura dell’astensione si fa sentire. Oggi come mai è accaduto prima. La civilissima città un tempo dotata di senso civico, già alle passate regionale, fece contare una scarsissima affluenza, qualcosa come il 52,2 per cento. Questa volta, vuoi per la botta in testa della coppia d’innamorati (a spese pubbliche) Flavio Delbono e Cinzia Cracchi, candidata anche lei nella lista dell’indefinibile Angelo Maria Carcano, vuoi perché il commissario Annamaria Cancellieri tutto sommato se l’è cavicchiata, il partito del non voto rischia di essere di gran lunga il più potente.

Sarà anche per questo che i candidati hanno fatto di tutto perché la politica sparisse dai loro programmi. Sarà per questo che gli unici comizi degni di questo nome (per numero di presenze) siano stati quello di Beppe Grillo, il politico dell’anti politica, e quello del Pd. Ma l’impressione, e la paura, che Bologna, quella che fu un’aristocratica signora comunista e occidentalizzata, oggi sia più interessata alle condizioni meteorologiche che non al risultato elettorale è forte.

Non ci saranno colpi di scena alla Guazzaloca: è molto probabile che Virginio Merola, 56 anni, candidato del Pd di quarta scelta (perse le primarie con Flavio Delbono e si è trovato candidato solo perché Maurizio Cevenini ha mollato per problemi di salute) riesca a prendersi la poltrona, forse anche al primo turno. Anche perché gode dell’appoggio delle coop, le uniche in grado di spostare, seppur in parte, l’elettorato.

Se finirà al ballottaggio la colpa sarà solo sua. E non perché avesse avversari di prim’ordine, ma perché – talvolta – il suo primo nemico è stato sé stesso. Per dieci volte si è ingarbugliato con la storia del Bologna calcio, senza mai confessare candidamente che lui ha studiato da sindaco, forse, non da storico dell’almanacco Panini. Eppure, tutte le sacrosante volte che i giornalisti lo intervistavano lui è riuscito a inciampare su quella passione rossoblù che ogni domenica rode il fegato almeno trentamila persone: spero che vada in A, spero che non vada in A, ha vinto uno scudetto, anzi, no, forse due, tre, quattro. Sarebbe bastato rispondere non seguo il calcio, e avrebbe evitato di diventare il pungiball di ogni giornalista che si sia trovato a passare per Bologna. Due giorni fa l’ha fatta anche peggio: “Si”, ha detto a Giuseppe Cruciani di Radio 24, uno che la sinistra la legge più o meno come Berlusconi: “Negli anni Settanta fumavo le canne, come tutti”. Abbiamo dei seri dubbi sul fatto che Dozza, Zangheri, Imbeni, passassero le giornate a farsi le canne, avrebbe sicuramente risposto meglio con un “no, grazie, sono qui per parlare di programmi, non credo interessi a nessuno”.

“Purché non parli e ce la facciamo al primo turno”, ripetono da giorni i mammasantissima della sinistra bolognesi, un po’ per finta un po’ per davvero.  Lui, Merola, è andato avanti. Non se l’è mai presa più di tanto. Ha passato le giornate a studiare i sondaggi, a ripetersi che bisogna portare al seggio quelli che non ne hanno la minima intenzione. Il pensiero di tutti gli altri candidati. Anche se ieri, Merola, bianco in volto, commosso fino alle lacrime, ha riportato un po’ di umanità nel suo discorso, aperto con un ricordo del piccolo Devid, il neonato morto di freddo in piazza Maggiore e che tutti, in questi mesi di accuse e veleni, Merola compreso, avevano dimenticato. In ritardo, sicuramente, ma lo ha fatto.

La fortuna Merola ce l’ha, e il suo colpo da novanta l’ha già fatto: si chiama Manes Bernardini, il candidato del centrodestra. Non perché Bernardini non sia bravo, non lo possiamo sapere, ma perché è leghista della prima ora, si ispira al modello Flavio Tosi, fa colazione a pane e Maroni e gioca a fare il moderato dalla faccia pulita, quando è leghista come e più dei duri e puri di Pontida. Non è Bossi quando parla né assomiglia vagamente a un Boso o un Borghezio, ma la provenienza è di quel verde che con Bologna ha poco a che fare.

E’ vero, la città non è più la stessa da abbondanti vent’anni, è sporca, pitturata dai graffitari in ogni suo angolo, e nei bolognesi l’avversione per questa culla che tutti accoglie è diventata più palpabile rispetto al passato. Ma nonostante questo, non è leghista, non riuscirà mai a esserlo. E se Giulio Tremonti (“Merola? Ma qui non siamo a Napoli”, ha detto in piazza Maggiore) e Roberto Calderoli (“Quello lì è un terrone”) fossero rimasti a casa gli avrebbero dato sicuramente una mano al loro candidato.

La terza scelta si chiama Stefano Aldrovandi, un civico che, più che volto nuovo, è il Guazzaloca che avanza, con tutto quello che la definizione comporta, compresa l’accusa di corruzione dalla quale il primo sindaco non rosso della storia repubblicana dovrà difendersi. Lo appoggiano Gianfranco Fini e Pierferdinando Casini, il cosiddetto terzo polo, ma solo perché se volevano entrare nella gara solo a lui potevano riferirsi. Non è stata una loro scelta, Aldrovandi. Lo hanno preso. Punto e basta.

Così, quella maestra di educazione civica che per mezzo secolo è stata la signora Bologna, oggi rischia di dare il peggiore degli esempi a tutti. Andare al mare, non pensarci più. L’unico bagliore perché questo sia evitato è l’immagine di piazza Maggiore nel giorno della festa del Pd. Ma potrebbe non bastare.

il video è di Giulia Zaccariello