Di date di fine missione nemmeno l’ombra. Mahmoud Jabril, capo del Consiglio Nazionale di Transizione libico, ribadisce più volte questo punto: “Andremo avanti finché sarà necessario e di certo resisteremo più del regime di Gheddafi. Che si tratti di un mese o di un anno, non importa. Abbiamo chiaro che non si può tornare indietro”. Il capo del governo che sta prendendo forma a Bengasi e nelle zone della Libia liberate dalle truppe del Colonnello arriva in ritardo all’incontro con i cronisti stranieri nella sede dell’Associazione della stampa estera, a Roma. La riunione con il Gruppo di contatto si è prolungata più del previsto. Jabril risponde con calma alle domande per offrire un quadro della situazione il più esauriente possibile.

A proposito della road map per la nuova Libia post-Gheddafi, Jabril spiega che “una volta caduto definitivamente il regime, formeremo un governo di transizione, con elementi del Cnt, tre membri della burocrazia del vecchio regime che non si sono macchiati di crimini, tre membri dell’esercito che non hanno partecipato alla repressione della protesta, due membri dei servizi di polizia e di intelligence, ugualmente che non abbiano le mani sporche di sangue, un giudice della corte suprema e dei rappresentanti delle leadership sociali locali. Questo governo di transizione – spiega Jabril – avrà il compito di gestire la vita del paese fintanto che non sarà completata la trasformazione della Libia in un paese democratico”.

I passi per arrivare a questo obiettivo sono chiari: una bozza di costituzione elaborata da una commissione tecnica nominata dal governo ad interim, poi 45 giorni dopo l’elaborazione della costituzione, un referendum per approvarla o modificarla. Quattro mesi più tardi, elezioni parlamentari sotto l’egida dell’Onu e due mesi dopo elezioni presidenziali. In questo modo, dall’ora X della fine dei combattimenti, nel giro di 7-8 mesi la Libia potrebbe aver voltato pagina definitivamente.

Parla poco della situazione militare sul campo, Jabril. Il suo intervento è tutto orientato al futuro del paese: “Rispetteremo i trattati internazionali e gli accordi commerciali siglati dal vecchio regime – dice – anche il Trattato di amicizia con l’Italia, che continuerà a essere un partner privilegiato nei rapporti con la Libia”. Il primo passo della nuova Libia saranno, però, elezioni locali, da organizzare con l’aiuto dell’Onu nella Cirenaica e nelle altre regioni sotto il controllo dei “combattenti per la libertà”, come ci tiene a precisare: “Abbiamo deciso di iniziare con le amministrazioni locali per due ragioni. La prima è che è necessario organizzare il governo democratico delle regioni dove non si combatte, per rimettere in moto l’amministrazione del paese e garantire i servizi essenziali ai cittadini. La seconda è che vogliamo dimostrare che il nostro impegno democratico non è propaganda, non è una finta colla che ci tiene insieme per combattere Gheddafi, ma è autenticamente la strada che abbiamo scelto per la Libia”.

Jabril, che tra il 2007 e il 2008 faceva parte dell’organismo messo in piedi da Saif al Islam Gheddafi con l’obiettivo di modernizzare l’economia libica e avviare le privatizzazioni, è molto attento alle questioni economiche: “Abbiamo indicato un fabbisogno di 3 miliardi di dollari per i prossimi sei mesi – dice ai cronisti della stampa estera –. E i 250 milioni di dollari raccolti oggi dal Gruppo di contatto sono un buon inizio”. Secondo Jabril, che la prossima settimana sarà a Washington, il Cnt sarà in grado di organizzare l’embrione di una nuova economia nazionale libica appena i fondi congelati a Gheddafi e al suo clan saranno resi disponibili per i nuovi vertici politici, temporanei, dello stato libico. “Ciò che vogliamo è essere in grado di fornire quei servizi, quei posti di lavoro, quelle infrastrutture di cui il popolo libico è stato privato per 42 anni da un regime corrotto. E’ per questo, e per la mancanza di libertà, che la rivolta è iniziata ed è iniziata pacificamente. Abbiamo preso le armi quando il regime ha aperto il fuoco contro le prime manifestazioni pacifiche dei giovani che chiedevano libertà e condizioni di vita migliori, quelle a cui hanno diritto viste le risorse del nostro paese, il suo ruolo di porta tra l’Africa e l’Europa, le sue possibilità e il suo patrimonio storico”.

Per raggiungere questo obiettivo, dice Jabril, “saremo e siamo molto grati ai paesi che ci stanno aiutando, sia politicamente, sia finanziariamente sia con armi”. Nomi non se ne fanno, ma è chiaro, da qualche accenno, che anche l’Italia sta contribuendo con “materiale logistico e di comunicazione, e qualche arma legger per autodifesa”, dice una fonte della Farnesina. Niente forniture di armi massicce, per il momento almeno. Sarebbe un argomento esplosivo per la maggioranza di governo a Roma, appena compattata grazie a una risoluzione ambigua nella forma e irrilevante nella sostanza, visto che – per esplicita richiesta tra l’altro dell’Italia – il comando delle operazioni in Libia è alla Nato e la Nato decide il se, il come e il quando dell’eventuale cessate il fuoco che per il momento non si vede all’orizzonte.

Jabril non nasconde che la strada è ancora lunga: “La nostra priorità ora è battere Gheddafi e proteggere i civili libici dalla sua repressione. Non abbiamo voluto una guerra contro il regime, ci siamo trovati a combattere per difenderci. Oggi deve essere chiaro a quanti ancora appoggiano Gheddafi che non si tratta più di difendere il regime ma di mettere a rischio l’integrità della Libia. È il regime che sta puntando a rendere credibile un’ipotesi di divisione del paese che noi respingiamo”. Che succederà dopo? “Dopo? Non sta a me né a nessun altro membro del Cnt dire cosa succederà quando il regime sarà definitivamente battuto. Noi siamo solo i manager del presente. Appena finirà la guerra, saranno i libici a decidere da chi vogliono essere governati e come. Il nostro compito sarà finito”.

di Enzo Mangini – Lettera 22