Claudio Dall'Acqua, uno dei giudici della Corte d'Appello di Palermo che ha giudicato Dell'Utri nel giugno del 2010

Con 15 voti a favore, 5 contrari e 5 astenuti, il plenum del Consiglio superiore della magistratura (Csm) ha archiviato la “pratica a tutela” aperta nel luglio scorso in favore dei giudici del processo a Marcello Dell’Utri. Prima della sentenza di appello i magistrati erano stati criticati da un articolo di Marco Travaglio sull’Espresso e in seconda battuta da ‘Il Fatto quotidiano’. L’accusa: la Corte, scriveva Travaglio, non avrebbe fatto “mistero di avere una gran voglia di assolvere” il senatore del Pdl imputato di concorso in associazione mafiosa. Il 29 giugno del 2010 la Corte d’Appello di Palermo condanna Dell’Utri a sette anni, ritenendolo “l’anello di congiunzione tra Cosa Nostra e Silvio Berlusconi(Leggi le motivazioni).

Oltre all’articolo di Marco Travaglio, altro “casus belli” era stato  stato una puntuale cronaca di Giuseppe Lo BiancoSandra Rizza (Leggi) che raccontava come uno dei figli del presidente Claudio Dall’Acqua fosse stato nominato segretario generale del Comune di Palermo per chiamata diretta del sindaco Diego Cammarata, un politico del Pdl da sempre legato a doppio filo a Gianfranco Miccichè, storico proconsole di Dell’Utri in Sicilia. Un pezzo in cui si raccontava anche dei legami con Cosa Nostra di una holding di cui fa parte la società per cui lavorava un altro figlio dello stesso giudice. Circostanze mai smentite da Dall’Acqua che però, durante la penultima udienza del processo, in maniera del tutto irrituale, ha detto che la Corte non avrebbe ceduto alla “ pressioni mediatiche”.

Il Csm, su iniziativa del laico di centrodestra Gianfranco Anedda, aveva ravvisato un tentativo di condizionare Dall’Acqua e i consiglieri a latere Salvatore BarresiSergio La Commare, e aveva aperto la pratica a tutela.

Infatti, oltre ai due figli di Dall’Acqua, l’articolo de Il Fatto raccontava anche di Sergio La Commare, passato alle cronache per un biglietto inviato dal suo ufficio di gip, nel 1993, all’allora pm Giovanni Ilarda, nel quale chiedeva aiuto per evitare una “noiosa camera di consiglio’’. Quella ”pigrizia” professionale (non voleva leggere le voluminose carte processuali), gli costò un procedimento disciplinare da parte del Csm che gli inflisse una censura e lo trasferì al Tribunale di Trapani, come scrisse l’Adnkronos del 15 novembre 1996, per “avere mancato ai propri doveri di imparzialità”.

Non basta, perché fra i giudici che avrebbero dovuto sentenziare su Dell’Utri c’era anche  Salvatore Barresi, terzo dei componenti della Corte d’appello accusato da Massimo Ciancimino (figlio del sindaco mafioso di Palermo, don Vito, ndr) come uno dei frequentatori abituali del tavolo di poker di casa Ciancimino. Barresi ci andava, minimizza il fratello di Massimo, Giovanni, ma solo durante la prima giovinezza, ”molto prima di diventare magistrato”

Ora la prima commissione, presieduta dall’ex senatore del Pd Guido Calvi, che si occupa delle eventuali incompatibilità ambientali, ha proposto e ottenuto l’archiviazione. Nella delibera si legge che le vicende personali e familiari dei singoli giudici, di cui aveva parlato il quotidiano, costituirono “un’aggressione” alla seconda sezione della Corte d’appello di Palermo, di cui vennero messi in discussione, “proprio alla vigilia di una sentenza così delicata, l’equilibrio e l’indipendenza”. Tuttavia quelle affermazioni “non determinarono un turbamento della funzione giudiziaria”.

All’archiviazione si è opposta, fra i togati del Csm, solo Magistratura Indipendente. “Non erano solo gravi insinuazioni e illazioni – dice l’ex consigliere del Csm Cosimo Maria Ferri, di Mi- Siamo in presenza di fatti lesivi del prestigio e dell’indipendenza dell’esercizio della giurisdizione. Non basta al Csm rivendicare in astratto la difesa e l’autonomia della magistratura. Occorre che in concreto si diano risposte decise e ferme. Tutti i magistrati si devono sentire tutelati e non solo alcuni”.