“Una ristrutturazione è fuori questione”. “Non fa parte della nostra strategia né lo farà in futuro”. Il ministro delle finanze greco Georgios Papaconstantinou e il commissario Ue agli affari monetari Olli Rehn sembrano parlare ormai all’unisono, costretti come sono da tempo ad alimentare un coro di smentite che contrasta in modo sempre più evidente con le impietose cifre dei mercati. La Grecia sta affondando e alle condizioni attuali prima o poi non riuscirà in alcun modo a ripianare il proprio debito. Lo sostengono, dati alla mano, gli investitori internazionali, compresi quelli che, per citare lo stesso ministro, “hanno scommesso molto denaro sul default”. Ma all’elenco dei sostenitori del crack – ed è questa la vera notizia – si sarebbero aggiunti da qualche tempo alcuni soggetti solitamente noti come insospettabili: le banche tedesche. Le cui esposizioni al sistema greco, si era detto, erano sempre state considerate un elemento di implicito sostegno al piano di salvataggio dell’Unione.

Può sembrare incredibile, eppure a ben vedere risulta del tutto plausibile. Almeno a sentire un bene informato di prima categoria come il presidente dello European Financial Stability Facility (Efsf) Klaus Regling, numero uno di quel fondo di emergenza che ancora tiene in vita Atene e con essa le speranze di un superamento non troppo traumatico della crisi debitoria del Continente. In un’intervista concessa ieri al quotidiano finanziario tedesco Handelsblatt, Regling ha escluso per ora l’ipotesi della ristrutturazione ma ha sottolineato, al tempo stesso, quanto la suddetta eventualità potrebbe costituire a conti fatti un affare per le banche.

“La ristrutturazione governativa consentirebbe alle banche di fare un mucchio di soldi” ha dichiarato Regling. Questo genere di operazioni condotte “in America Latina e in Asia negli anni ’80 e ’90 ha permesso agli istituti di incassare commissioni molto alte”. Un vero affare che le banche “vorrebbero ora ripetere in Europa”. Certo, la ristrutturazione – ovvero il taglio dei premi sulle obbligazioni – comporterebbe implicitamente nuove perdite in bilancio ma, considerando il vasto numero di creditori coinvolti (non solo le banche ma anche le compagnie assicurative e gli investitori istituzionali), verrebbe da pensare che “le perdite sarebbero limitate e le commissioni promettenti”.

Ecco svelato, dunque, il mistero dell’ultima ondata di pronostici pro default tecnico. Secondo le indiscrezioni rivelate dallo stesso Handelsblatt, alcuni istituti di credito starebbero sostenendo da tempo la tesi della ristrutturazione alimentando una crescente paura sul mercato. Per questo motivo il numero uno della Banca centrale europea Jean-Claude Trichet si sarebbe mobilitato per rassicurare i ministri delle finanze dell’Unione invitandoli a non farsi influenzare dalle voci sull’imminente collasso greco.

A prescindere dagli interessi in gioco, restano comunque evidenti i dati sul dissesto di Atene. Le ultime stime prevedono che il debito del Paese toccherà quota 340 miliardi di euro entro la fine dell’anno sfondando ampiamente la soglia del 150% del Pil (grazie anche alla continua crescita negativa del prodotto nazionale). I tassi di interesse sulle obbligazioni biennali si aggirano ormai attorno al 24% evidenziando così una probabilità di default a breve periodo decisamente superiore a quella di lungo termine (i bond decennali offrono un rendimento del 15% circa). Secondo gli ultimi dati diffusi dalla Banca dei regolamenti internazionali, alla fine del 2010 l’esposizione creditizia delle maggiori economie rispetto alla Grecia ammontava a oltre 160 miliardi di dollari. La Francia guida la classifica con 53 miliardi, seguita dalla Germania con 34, dal Regno Unito con 13,1 e dagli Usa con 7,4. L’Italia risulta interessata per soli 4,2 miliardi.