Vittorio Arrigoni a Gaza dove viveva dall'agosto 2008

Il sequestro di Vittorio Arrigoni, conclusosi con la sua morte (leggi la cronaca), è il primo ai danni di un cittadino straniero nella Striscia di Gaza dal 12 marzo 2007. L’ultimo rapito era stato il giornalista britannico Alan Johnston, corrispondente della Bbc dall’enclave palestinese, preso in ostaggio da un altro gruppo salafita, l’Esercito di Allah, vicino ad Al Qaeda. Johnston fu rilasciato il 4 luglio, dopo 114 giorni di prigionia e tormentate trattative allacciate direttamente da Hamas.

Data da allora la contrapposizione tra il Movimento di Resistenza Islamica, che controlla il piccolo territorio dalla metà del giugno 2006, e le formazioni ultra-fondamentalistiche attive a Gaza, che promuovono un’applicazione implacabile della sharia nella sua interpretazione più rigida, e accusano quindi Hamas di laicismo e di eccessiva moderazione. I rapporti tra il gruppo radicale al potere nella Striscia e i salafiti, di cui si conoscono almeno cinque frange principali, si inaspriscono ulteriormente a partire dall’agosto 2009: quando i guerriglieri di Jund Ansar Allah, (i Soldati dei Combattenti di Allah in italiano, ndr), durante un sermone in una moschea di Rafah proclamano la fondazione di un “Emirato Islamico”.

La Brigata dei Valorosi Compagni del Profeta Mohammed bin Moslima che ha rivendicato il rapimento del pacifista italiano, in cambio della sua ipotetica liberazione pretendeva la scarcerazione del proprio leader e di un imprecisato numero di altri compagni, arrestati il mese scorso dalla cosiddetta Forza Esecutiva, il corpo di polizia istituito da Hamas nel territorio sotto il suo controllo, e ‘parallelo’ all’apparato di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese. Era anche stato impartito un ultimatum, apparentemente di trenta ore e destinato a scadere alle 17 di oggi ora locale, le 16 in Italia. I salafiti a Gaza si sono distinti anche per gli attacchi a locali e negozi a loro dire ‘macchiati’ dalla modernità laicista, soprattutto Internet-point, e per l’ostilità nei confronti della comunità cristiana, di cui esigono l’espulsione dall’enclave.