Disastri e catastrofi non sono appannaggio del nostro tempo. Esistono da sempre, da sempre accompagnano l’uomo nella sua storia su questo mondo. Come sapevano molto bene gli antichi, la natura è matrigna. Non è quella madre accogliente e benevola, disposta a cullare i propri figli. È una grande madre pronta a mostrare la sua forza e la nostra impotenza di fronte a lei. Quasi un monito alla superbia dell’uomo che vuol a tutti i costi dominarla.

Su questo punto, il filosofo Günther Anders, coscienza infelice del Novecento, parlava di un’asincronia fra la facoltà del sentire e quella del produrre. Ovvero non siamo più capaci di pensare ciò che tecnicamente possiamo fare. Come se fossimo in ritardo rispetto all’accelerazione tecnologica e le innovazioni – uno “scarto prometeico” che rende l’uomo antiquato (così il titolo della sua opera di maggior respiro, pubblicata da Bollati Boringhieri).

Anders scrisse, dopo aver visitato Hiroshima e Nagasaki, le Tesi sull’età atomica – pubblicate da Einaudi nel 1961, nel volume Essere o non essere con la prefazione di Norberto Bobbio (poi ripubblicato dalle edizioni Linea d’ombra). Qui il filosofo, come una Cassandra moderna, spiegava che viviamo ormai in un’età finale, ovvero in un’epoca in cui la fine dei tempi non è più soltanto una visione ma una possibilità: abbiamo i mezzi per attuarla (le bombe e tutto l’armamentario dell’orrore che noi stessi abbiamo creato) e perciò dobbiamo esser pronti a trarne le conseguenze. Anche morali.

Viviamo perciò in una proroga: dobbiamo fare in modo che l’età finale, che potrebbe in ogni momento tramutarsi in fine dei tempi, non abbia mai fine. Scriveva: «Le nubi radioattive non badano alle pietre miliari, ai confini nazionali o alle “cortine”. Così, nell’età finale, non ci sono più distanze. Ognuno può colpire chiunque ed essere colpito da chiunque. Se non vogliamo restare moralmente indietro agli effetti dei nostri prodotti (che non ci procurerebbe solo ignominia mortale, ma morte ignominiosa), dobbiamo fare in modo che l’orizzonte di ciò che ci riguarda, e cioè l’orizzonte della nostra responsabilità, coincida con l’orizzonte entro il quale possiamo colpire o essere colpiti».

Anders metteva in guardia dal fatto che non siamo capaci di rappresentarci la catastrofe, “il nulla non concepito”, che vedeva come una possibilità concreta e reale. Perciò siamo apocalittici, perché crediamo alla fine dei tempi. Eppure dobbiamo lottare contro l’apocalisse da noi stessi creata perché non abbia mai luogo. E per farlo dobbiamo prender coscienza.

Come? Avendo il coraggio di aver paura. Estendere e allargare questo sentimento che ci atterrisce ma che ci permette di tener alta la nostra responsabilità morale. Concludeva le sue Tesi dicendo che sono state scritte affinché non risultino vere: «Nulla di più terribile che aver ragione. Ma a quelli che, paralizzati dalla fosca probabilità della catastrofe, si perdono di coraggio, non resta altro che seguire, per amore degli uomini, la massima cinica: “Se siamo disperati, che ce ne importa? Continuiamo come se non lo fossimo!”».