Evitare l’addensamento di negozi extracomunitari e la creazione di ghetti. Questo il fine dichiarato dal nuovo progetto di legge regionale firmato dalla Lega Nord in Lombardia , annunciato nei giorni scorsi e presentato oggi in comune a Milano. Guerra ai venditori di kebab, dunque, ma anche ai centri massaggi gestiti soprattutto da cinesi. “Uno strumento per tutelare le attività storiche e tradizionali e per governare meglio il territorio”, spiegano quelli del Carroccio.

La chiamano “legge Harlem”, per ricordare la lotta al degrado dell’ex sindaco di New York, Rudolph Giuliani, e sembra convincere anche il governatore della Lombardia Roberto Formigoni. “L’idea di dare ai sindaci uno strumento non solo per regolarizzare i negozi di kebab, ma più in generale per valorizzare la specificità delle diverse aree storiche è uno strumento intelligente e interessante”. Questo il commento del governatore sulla proposta di legge, messa a punto da Andrea Gibelli (Lega Nord), vicepresidente della Regione e assessore all’Industria e artigianato. Ecco, allora, come viene presentata nella relazione che introduce il progetto di legge. “Impedire la creazione di quartieri ghetto, che causano preoccupazione e rendono difficile l’integrazione degli stranieri”. Spiega Andrea Gibelli: “Il progetto si adegua a una direttiva comunitaria che prevede limiti laddove sussistano situazioni contrastanti con l’ordine pubblico, la sicurezza e la tutela dei consumatori”. Sul punto, l’articolo 1 prevede di “garantire uno sviluppo armonioso, equilibrato e sostenibile delle attività economiche”. I comuni, quindi, potranno prevedere limiti di distanza tra un negozio e l’altro. Il tutto per evitare addensamenti di traffico, il disturbo alla quiete pubblica, tutelando l’ordine, l’ambiente urbano, quello sociale, la vivibilità, la proprietà intellettuale e molto altro ancora.

Quindi si passa al nodo della lingua. Agli stranieri che vorranno aprire un’attività commerciale sarà così richiesta la conoscenza dell’italiano. Chi non parla la nostra lingua dovrà frequentare un corso gestito dal Comune. Inoltre, si legge all’art. 2, “tutte le informazioni commerciali devono essere rese anche in lingua italiana”. Consentiti alcuni termini stranieri, ma solo se “assimilati e quindi attestati dall’ultima edizione del dizionario Devoto-Oli”.

Ma il pezzo forte della proposta degli uomini di Bossi è probabilmente il giro di vite per parrucchieri e centri massaggi orientali, ormai sparsi un po’ ovunque nel capoluogo lombardo. Per entrambe le attività la legge prevede la richiesta di una qualifica professionale. “La professionalità di chi lavora nei centri messaggi deve essere uguale a quella degli operatori italiani”, precisa ancora Gibelli, che ricorda come alcuni di questi centri, in realtà, nascondano ragazze dedite alla prostituzione. “La legge non prevede la possibilità di aprire dei bordelli”, puntualizza l’eurodeputato leghista Matteo Salvini. Se il Consiglio regionale darà ragione alla proposta del Carroccio, i requisiti necessari saranno gli stessi che oggi si richiedono ai tradizionali centri estetici. “Con questa legge Milano non diventerà il paradiso terrestre – aggiunge Salvini – ma almeno il Comune potrà decidere quali negozi aprono, come dove e perché”.

Del resto, la proposta padana sulla programmazione territoriale delle attività commerciali non è una novità. “Attenti a far passare il concetto che prima del progetto Harlem nulla sia stato fatto in tale ambito – avverte l’assessore regionale alla sicurezza Romano La Russa – questo della Lega è solo uno dei molti strumenti amministrativi già adottati dal centro destra nel corso degli anni”. Non solo. Qualcosa di simile lo aveva già pensato anche il centrosinistra con la “legge Bersani” del 1998, che aveva previsto l’esigenza di organizzare le reti distributive non solo in funzione della libera concorrenza. Quel decreto legislativo, però, prevedeva anche la tutela delle tradizioni, dei centri storici e della salvaguardia dei livelli occupazionali.