Il Max Planck Institut di Jena

A volte l’aiuto insperato arriva dallo spazio. O meglio: dalla Nasa. È quello che è capitato a Eugenio Simoncini, giovane ricercatore in chimica dell’Università di Siena che, grazie a un professore della Nasa, ha trovato una rapida via di fuga dall’accademia italiana.

Simoncini è attualmente impegnato in studi di termodinamica in uno dei centri più prestigiosi al mondo, il Max Planck Institut di Jena. Si occupa dei processi termodinamici del sistema terrestre, della loro evoluzione e delle loro interazioni. Che significa studiare i cambiamenti dell’ambiente – per esempio anche quelli prodotti dall’uomo – dal punto di vista della chimica.

Senza supponenza alcuna, confessa che non si aspettava un simile sviluppo della sua carriera universitaria. Sapeva bene che in Italia le speranze di restare all’Università erano poche, ma non era di quelli con la valigia già pronta sotto il letto. Si era invece messo nell’ordine di idee di trovarsi altre strade e c’era quasi riuscito, visto che era in contatto con un’azienda conciaria della zona di Pisa per un posto da perito chimico. Si trattava di mansioni poco qualificate per uno con la sua preparazione. E anche con uno stipendio basso. Ma lui era disposto.

In facoltà gli avevano fatto capire che per lui non c’era spazio. Gli era bastato fare qualche rimostranza, chiedere chiarezza per inimicarsi tutti quelli che contano: “Mi sentivo pressato su due fronti: da un lato c’era il responsabile scientifico del mio dottorato che premeva perché producessi risultati, dall’altro mi era stato sostanzialmente imposto di svolgere funzioni amministrative che portavano via tempo alla ricerca. Alla fine ho posto un aut aut: o mi occupo dei compiti amministrativi o sto in laboratorio”. Insomma, dopo il dottorato, Simoncini rischia di essere un cervello a riposo, occupato sì, ma al minimo delle sue potenzialità. Meglio allora in fuga. È lì che interviene il professore della Nasa. Non si erano mai incontrati, ma come avviene nella comunità scientifica, con lui aveva avuto lunghi confronti e scambi teorici a distanza. “Il professore non riusciva a capacitarsi che la mia attività di ricerca potesse interrompersi”. E grazie al suo intervento, cinque giorni dopo la discussione della tesi, Simoncini viene chiamato dalla Germania, dopo una settimana è al Max Planck Institut per il colloquio e un mese dopo è già a lavoro a Jena.

L’impatto? “Tremendamente bello”. Le differenze con l’Italia sono molte: “C’è un’attenzione diversa alla ricerca: si privilegia la qualità e non la quantità delle pubblicazioni e anche il concetto di gerarchia è differente”. In Italia, il rispetto del canone e della linea del professore con cui si lavora è molto forte e, poiché le risorse a disposizione sono poche, chi amministra qualche soldo in più tende a dominare. Non necessariamente per il merito, più che altro per il potere in sé per sé. Essere ricercatori al Max Planck Institut significa invece avere sì una maggiore libertà, ma anche essere sottoposti a criteri di revisione rigidi, implacabili: se la commissione di valutazione reputa il lavoro di un professore e del suo gruppo meritevoli, bene, altrimenti si cancellano gruppi e si tagliano i fondi senza appello.

Per Simoncini si intravede già un ulteriore trasferimento. Parallelamente al suo impegno al Max Planck Institut coordina anche un focus group sull’astrobiologia – una scienza che, attraverso un approccio interdisciplinare, si colloca a metà tra lo studio dell’origine della vita e lo studio dell’abitabilità di altri pianeti. Nel 2012, allo scadere del suo contratto a Jena, Simoncini è stato invitato a proseguire la sua attività presso il Centro di Astrobiologia di Madrid, che riceve finanziamenti dal governo spagnolo, dall’Esa (l’Agenzia spaziale europea) e dalla Nasa.

Per un ricercatore che voglia crescere la mobilità da un istituto di ricerca all’altro è in parte fisiologica. Ma è cosa ben diversa dalla precarietà sperimentata dai ricercatori italiani, secondo Simoncini. Perché l’Italia sembra ormai fuori dal circuito degli atenei e dei centri di ricerca che contano davvero. Ed è un peccato: “la nostra preparazione e le nostre competenze, specialmente quelle di impostazione più tradizionale, sono fortemente richieste e apprezzate all’estero e sarebbe un errore insistere nell’inseguimento del modello anglosassone”. Ma i punti di forza del modello italiano sono compromessi irrimediabilmente da un lato da problemi finanziari e burocratici (leggi: penuria di risorse e di mezzi); dall’altro da un sistema avvizzito che comporta logiche paternalistiche, familistiche (leggi: potere dei baroni).

Possibilità di tornare in Italia? “Al momento scarse. Mi piacerebbe, l’Italia mi manca per molte cose, per molti dei miei interessi, per esempio mi piacerebbe potermi occupare di più della questione degli inceneritori in Toscana”. Ma, allo stato attuale, si tratta di scegliere fra star fuori e fare ricerca o tornare e fare altro. “Perché una volta che si è conosciuto come funziona la ricerca all’estero è impossibile riadattarsi alle dinamiche italiane”.