Hosni Mubarak, 82 anni, è stato il leader egiziano politicamente più longevo dai tempi del reggente Muhammad Ali (XVIII secolo). Il suo pugno di ferro gli ha permesso di mantenere ‘stabile’ per 30 anni un Paese di 80 milioni di persone. Ora, dopo 17 giorni di proteste antigovernative, per lui è arrivato il ‘giorno del destino’. Sul piatto della bilancia l’esacerbarsi di disuguaglianze economiche, l’aver lasciato vivere milioni di persone sotto la soglia della povertà, l’aver permesso abusi e torture da parte degli organi della sicurezza e il non essersi preoccupato del crescente dissenso. Lo stato d’emergenza, decretato da Mubarak al momento della sua salita al potere e ancora formalmente in vigore, gli ha consentito di tenere sotto controllo per lungo tempo ogni forma di opposizione, ma ha anche esasperato gli egiziani.

Salito al potere nell’ottobre del 1981, dopo l’assassinio del presidente Anwar Sadat (il 6 ottobre), nel settembre 2005, all’età di 77 anni, si è ricandidato per il quinto mandato presidenziale consecutivo. Sei anni fa la vittoria di Mubarak, alla guida di un Paese con il 40 per cento dei cittadini che vive con 2 dollari o meno al giorno, era apparsa da subito scontata: aveva vinto con l’88 per cento dei voti decretando la sconfitta dell’avvocato Ayman Nour, che ottenne un mero 7 per cento delle preferenze in una consultazione ampiamente contestata e fu poi arrestato. Quelle del 2005 erano state le prime elezioni presidenziali aperte a più candidati, volute dallo stesso Mubarak che nel febbraio dell’anno precedente aveva avviato un processo di riforme politiche con l’approvazione di un importante emendamento alla Costituzione. Le prossime elezioni presidenziali erano previste per il prossimo settembre.

Dal 1978 Mubarak è anche ai vertici del Partito nazional democratico (Pnd), di cui in quell’anno è stato nominato vice presidente e poi presidente con la morte di Sadat. Il Pnd ha trionfato anche lo scorso novembre in occasione delle elezioni politiche. Tuttavia negli ultimi anni della sua presidenza, Mubarak è stato talora criticato dagli organi d’informazione più “liberi”, come i giornali indipendenti, soprattutto per la gestione del Paese e per la diffusa convinzione che volesse passare il testimone a suo figlio Gamal alle prossime presidenziali. L’emorragia di consensi per il raìs è iniziata negli anni ’90, durante un periodo di forte crisi economica. E ormai da giorni l’anziano Mubarak, che ha sempre contato sul sostegno dell’Esercito, non sembrava più far paura agli egiziani.

Militare, come tutti i suoi predecessori dai tempi di Gamal Abdel Nasser, Mubarak è stato responsabile della modernizzazione delle forze aeree del suo Paese dopo la sconfitta subita dall’Egitto nella Guerra dei Sei Giorni (1967), quando venne nominato capo di Stato Maggiore delle Forze aeree egiziane. Contribuì inoltre a pianificare la Guerra dello Yom Kippur del 1973, l’attacco sferrato dall’Egitto e dalla Siria alle forze israeliane di stanza nel Sinai e sulle alture del Golan. Fu poi proprio l’Egitto, sotto la presidenza di Sadat nel 1979, a rompere a Camp David l’isolamento imposto dai Paesi arabi a Israele, siglando un accordo di pace ufficiale con lo Stato ebraico. Mubarak si è sempre vantato di essere un sostenitore dell’economia liberale, ma nei suoi 30 anni di potere non è riuscito a risollevare l’economia dell’Egitto, che resta arretrata e soffocata soprattutto dalla piaga della disoccupazione giovanile. In politica estera, il raìs, alla guida di un Paese considerato protagonista della scena politica regionale, non ha mai nascosto il suo appoggio agli Stati Uniti, forgiando un’alleanza che è stata utilizzata dalle frange più estreme dell’Islam per giustificare una lunga serie di attentati anti-occidentali. Lo stesso Mubarak è sopravvissuto ad almeno sei tentativi di assassinio.