Il Rubygate entra nel vivo. Al di là delle schermaglie politiche e ipotesi di nuove indagini romane, la vera partita adesso si sposta al settimo piano del tribunale di Milano. Davanti all’ufficio del giudice per le indagini preliminari Cristina Di Censo. A lei il compito di vagliare la richiesta di giudizio immediato a carico del premier fatta dai magistrati. Ma non c’è solo questo. L’iter giudiziario, infatti, incrocia presunti episodi di spionaggio. La denuncia è arrivata questa mattina direttamente da Claudio Castelli, il capo dell’ufficio gip. Sul tavolo del pm Riccardo Targetti così atterra il caso dell’effrazione al giudice Federica Centonze avvenuta appena due giorni fa. Un brutto episodio a cui va aggiunto quello andato in scena lo scorso agosto. In quel periodo obiettivo di ignoti sono gli uffici del giudice Gabriella Manfrin e della Di Censo, esattamente il magistrato che oggi deve gestire la partita Ruby. La cronaca, dunque, ribalta la versione di un presidente del Consiglio vittima perché violato nella sua privacy. Ad ora, infatti, ad essere violata è la privacy (lavorativa) dei giudici. E non è finita perché alcune fatti messi in fila disegnano uno scenario inquietante sul quale si muove una misteriosa regia messa in piedi per mettere le mani sul contenuto delle indagini praticamente in diretta.

Per farlo bisogna partire dalla famosa notte del 27 e 28 maggio, quando Ruby, all’epoca 17enne, viene portata in questura con l’accusa di furto. Sappiamo delle telefonate del premier al capo di gabinetto Pietro Ostuni. Chiamate che gli varranno l’accusa di concussione. Poco dopo la mezzanotte, Ruby è libera e in compagnia prima del consigliere regionale Nicole Minetti e poi della escort brasiliana Michelle che la ospiterà nella sua casa sul Naviglio.

Pochi giorni dopo, esattamente il 3 di luglio, Ruby viene convocata dai pm Sangermano e Forno. Inizia il primo interrogatorio, quello decisivo. In quel frangente la ragazza marocchina svela alcuni particolari del bunga bunga. Gli incontri tra Ruby e i magistrati continuano fino ad agosto. Cosa metta a verbale non si sa. Quello che si può ipotizzare, come nota un articolo dell’Espresso in edicola domani, è che il primo interrogatorio resta decisivo. In quel momento Ruby non ha ancora subito pressioni. Dopodiché nelle successive audizioni inizia già a infiocchettare mezze verità. Questo il quadro. Al quale vanno aggiunto altri due episodi: Lele Mora e la figlia fanno di tutto per poter adottare la ragazza. Dopodiché il 5 agosto Ruby nomina suo legale Luca Giuliante, avvocato, guarda caso, della famiglia Mora per il crack della Lm Management. E così pochi giorni dopo il primo interrogatorio, la ragazza rientra nell’orbita berlusconiana.

Proseguiamo. Un giorno prima, il 4 agosto, Lele Mora ed Emilio Fede iniziano a discutere del prestito che l’impresario di vip deve ricevere dal Cavaliere. La cosa avverrà. A confermarlo lo stesso Berlusconi. La cifra supera il milione di euro. Insomma, appena iniziata l’inchiesta, con tutte le carte secretete (compresi i decreti d’intercettazione che passano dal gip, da qui l’ipotesi di effrazione) l’entourage berlusconiano ha già iniziato le grandi manovre per tamponare la falla. Il 25 agosto il direttore del Tg4 è al telefono con Lele Mora. Dice: “Dovresti andarci con una nuova proposta e anche dire a lui che insieme si è superato un brutto rischio capito”. Di cosa parlano se non dell’inchiesta in corso. Tre giorni dopo i due sono di nuovo al telefono. Ed è sempre Emilio Fede a raccontare all’amico i timori di Arcore. “Hai capito – dice Fede – l’avvocato della minchia, ha detto “ah perché poi se si viene… se viene fuori, allora viene fuori che lui… eh… procurava programmi etc. “dico, guarda, senti, questo uomo c’ha dato tutto ed è quello che c’ha dato soprattutto la riservatezza, mi segui?.

A questo punto, da villa San Martino la scena si sposta negli uffici della procura. E’ il 31 agosto. Ignoti entrano nell’ufficio del capo dei gip di Milano. Non contenti fanno irruzione nelle stanze di uno dei pm che indaga sul Rubygate. Qui cosa fanno? Apparentemente nulla. Anzi prendono un faldone che non c’entra nulla e poi lo lasciano cadere a terra. Nello stesso giorno, riferisce l’Espresso, scompaiono le chiavi dell’ufficio di un altro giudice. Esattamente quello che aveva ordinato le prime intercettazioni.

Andiamo avanti. Il 26 ottobre il caso esce sui giornali. E dunque diventa pubblico solo in quel momento. Eppure, si è capito, le grandi manovre della difesa sono iniziate molto prima del 21 ottobre, quando vengono sentiti i primi testi della difesa. Addirittura fin dai primi interrogatori di Ruby. E proseguono ancora il 6 ottobre, quando va in scena l’interrogatorio fantasma. A cui partecipano un emissario di Berlusconi, un avvocato, Lele Mora e Ruby. La ragazza viene accompagnato dal suo fidanzato Luca Risso, il quale attende fuori e invia sms a una certa Serena. “Sono nel mezzo di un interrogatorio allucinante… Ti racconterò ma è pazzesco”. E ancora: “Sono ancora qui. E’ sempre peggio quando ti racconterò (se potrò…) Ti renderai conto… Siamo solo a gennaio 2010 e in mezzo ci sono pezzi da 90”. Quindi spiega: “C’e’ Lele, l’avvocato, ruby, un emissario di Lui, una che verbalizza”. Di cosa si parla? Il messaggio di Risso ne dà una versione palusibile: “Lei è su, che si son fermati un attimino perché siamo alle scene hard con il pr.. con la persona”. L’incontro è cruciale. E dimostra come le indagini difensive siano iniziate molto prima che il caso diventasse pubblico.

Un passo in più. Il 17 ottobre la palla è nelle mani di Nicole Minetti. L’ex igienista dentale del premier è al telefona. Chiama quasi tutte le ragazze di via Olgettina. E spiega: “Mi ha chiamato lui … ha bisogno di vederci “. Il “briffing” riguarda lo sandalo. Il premier vuole parlare del caso Ruby.

Il 27 gennaio scorso poi il Corriere della Sera dà la notizia di alcuni verbali falsi. Si tratta di documenti trovati in casa di Marysthell Polanco, fidanzata con un trafficante arrestato lo scorso agosto. Il verbale è quello di Barbara Guerra. Si tratta di un foglio firmato dagli avvocati di Berlusconi ma non controfirmato dalla ragazza. Niccolò Ghedini, parlamentare e avvocato del presidente del Consiglio, si mostra tranquillo. Sentito dal Corriere dice: “E’ normale che un teste difensivo possa aver il suo verbale di interrogatorio”. Lo prevede la legge. E’ vero. Ma la legge fornisce anche alcuni consigli perché durante le indagini difensive, gli avvocati ricoprono il ruolo di “pubblico ufficiale”. E dunque, nel documento stilato dall’Unione delle Camere penali italiane si legge: “Il difensore non è tenuto a rilasciare copia del verbale alla persona che ha reso informazioni”. Il motivo è semplice: evitare il rischio di inquinamento probatorio, se pur indiretto. Il caso in questione sembra ricalcare questa eventualità. La Polanco, ed è un fatto, si tiene in tasca il verbale della Guerra. Perché? Il sospetto è che questo giro di verbali servisse alla ragazze per capire e modulare le proprie dichiarazioni su una linea unica.

Eccoli dunque gli elementi che aggiungono ombre allo scandalo. Tra dubbi e incertezze, una verità sembra assodata: Berlusconi ha seguito in presa diretta lo svolgersi dell’inchiesta. (dm)