Altro che bruciare rifiuti. A dare lezioni di riciclaggio è un settore molto importante per l’economia italiana, e indispensabile per il consumo di qualsiasi genere di prodotto: l’industria del packaging, che rappresenta l’1,5% del Pil nazionale. In Italia, solo il 26% dei rifiuti da imballaggio immessi al consumo finiscono nelle nostre discariche. Una percentuale impensabile in un Paese che non ricicla. Nonostante questo gli organi di riferimento del settore lanciano un allarme: “L’istruzione del nostro Paese non prevede un luogo in cui formare i tecnici dell’imballaggio”. Un problema da niente, se non fosse per un particolare: il tecnico dell’imballaggio è una figura professionale ben remunerata, ricercata dalle aziende di tutto il mondo e, soprattutto, di cruciale importanza per la riduzione dei rifiuti da imballaggio. L’Università di Parma aveva aperto un corso di laurea specifico “Scienze e tecnologie del packaging” nel 2001, ma in vista della riforma Gelmini è stata costretta a chiuderlo. Il ministero dell’istruzione lo aveva inserito in una nota che parlava di “sprechi e privilegi degli Atenei”.

Il riciclaggio dei rifiuti da imballaggio. Il Conai, Consorzio Nazionale imballaggi, è l’ente costituito dalle imprese produttrici e utilizzatrici di involucri al fine di perseguire gli obiettivi di recupero e riciclo dei materiali di imballaggio previsti dalla legislazione europea. Come spiega il direttore generale dell’ente, Walter Facciotto: “Nel 2009 il sistema ha avviato a riciclo o recupero il 73,9% dei rifiuti di imballaggi di acciaio, alluminio, carta, legno, plastica e vetro immessi al consumo: stiamo parlando di 8.024.000 tonnellate recuperate su 10.863.000 tonnellate immesse. Contestualmente è scesa al 26,1% del totale dei rifiuti da imballaggio la quota destinata adiscarica”. Per questo Facciotto conclude: “La prevenzione dei rifiuti da imballaggio rappresenta, nel panorama più ampio della gestione dei rifiuti, una leva insostituibile da un punto di vista economico, oltre che ambientale”.

L’industria del packaging. Quella del packaging è una vera e propria industria. Il dottor Marco Sachet, direttore dell’Istituto italiano imballaggio, spiega quanto sia importante questo settore per l’economia italiana. “Quello dell’imballaggio è un mercato interessante, che rappresenta l’1,5% del Pil nazionale. Il fatturato globale 2009 delle aziende manifatturiere è di 769.000 milioni di euro (fonte: Prometeia), mentre quello dell’imballaggio, comprensivo della parte macchine, è di 30.000milioni di euro (fonte: Istituto Italiano imballaggio)”. Per rendersi conto dell’importanza del packaging, continua Sachet, basta fare un confronto tra diversi paesi: “Dove l’industria del packaging è poco efficiente, solo il 30% dei prodotti agricoli raggiunge il consumatore. Nel nostro Paese il 90% di ciò che viene raccolto viene consumato e solo il 10% va perso. Basta questo dato per far capire perché si insegna packaging in tutti i Paesi sviluppati”.

Il tecnico dell’imballaggio. Nel nostro Paese un’adeguata formazione di tecnici dell’imballaggio manca. E farne le spese è anche l’ambiente: “Una progettazione di packaging ambientalmente sostenibile deve appoggiarsi su una solida scienza del packaging”, sottolinea il dott. Sachet, lamentando che in Italia “purtroppo in nessun livello di studio si impara cosa sia questo imballaggio e di conseguenza nessuno lo conosce, spesso nemmeno gli addetti ai lavori”.

Chiude Scienze e tecnologie del packaging. A ospitare il corso di laurea è stato l’Università di Parma, fino a quando non è stata costretta a chiuderlo. Solo poche settimane fa il Miur (Ministero Istruzione, Università e ricerca) lo ha inserito in una nota su sprechi e privilegi negli Atenei. Il corso di Scienze e tecnologie del packaging viene indicato fra quelli costruiti “non attorno agli interessi degli studenti ma rispetto a quelli deiprofessori, dei rettori e di tutti coloro che, a vario titolo, sono impiegati all’interno degli atenei”. Una grande bufala, spiega Angelo Montenero, Ordinario di Chimica generale e inorganica presso l’Università di Parma: “Il corso è nato proprio su spinta,anche economica, delle aziende del settore tramite l’Istituto Italiano Imballaggio”. E precisa: “Da sempre, prima con il contributo di alcuni associati all’Istituto Italiano Imballaggio e poi con il contributo del Conai, abbiamo coperto i costi vivi del Corso di Laurea, dove per costi vivi intendo il pagamento dei Professori a contratto, scelti tra i più competenti esistenti in Italia”. Anche il dottor Sachet non ci sta: “E’ stato chiuso un corso di laurea che è stato – e senza la riformauniversitaria potrebbe ancora essere – un ottimo esempio di collaborazione tra impresa e università”. E conclude: “Questa chiusura allontana il nostro Paese da quelli che da più di 40 anni ne hanno fattouna scienza da trasmettere a livello universitario (Usa, Uk, Germania, Francia, Svizzera, India)”.

di Rita Guma e Gaetano Pecoraro

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