La storia è (quasi) a lieto fine, ma questo non significa che sia una bella storia: la Corte Europea dei diritti dell’Uomo (CEDU) ha condannato l’Italia per l’illecita detenzione ed espulsione di Mediha Seferovic nel CPT di Ponte Galeria nell’inverno 2003.

Mediha Seferovic, cittadina bosniaca, viveva nei campi rom del Casilino dal 1995. Nel 2000 aveva fatto richiesta per ottenere lo status di rifugiato in Italia, temendo discriminazioni e persecuzioni nel caso di un suo ritorno in Bosnia. A causa di vizi di forma, però, la richiesta non era giunta alle autorità competenti e Mediha, di fatto, permaneva sul territorio italiano da irregolare.

Il 26 Settembre 2003 la Seferovic partorì un bambino, che morì per cause naturali dopo pochi giorni in ospedale. A seguito della morte del figlio, Mediha fu accompagnata alla stazione di polizia, per spiegare le circostanze del decesso. I poliziotti in quell’occasione si erano accorti che Mediha era, di fatto, clandestina e l’11 novembre dello stesso anno l’avevano trasferita nel CPT di Ponte Galeria con un foglio di via e una richiesta immediata di espulsione. Fin qui la storia di Mediha sembra somigliare ai molti casi di richieste d’asilo negate dall’autorità italiana. Una vicenda di espulsione che si confonde con i percorsi migratori di tante persone nel nostro paese.

Tuttavia, in Italia vige un articolo della legge Bossi-Fini che prevede il divieto di espulsione e detenzione nei sei mesi successivi al parto, norma che tutela in primo luogo il neonato, ma che si applica indipendentemente dalla sopravvivenza in vita del figlio. È a questo articolo che si è appellato il tribunale di Roma che ha ordinato il rilascio di Mediha il 24 Dicembre 2003, ed è grazie alla medesima norma che Mediha (ora riconosciuta come rifugiata dal 2006) ha ottenuto il risarcimento di 7500 euro come compensazione di quei 45 giorni di detenzione. La Corte Europea dei diritti dell’Uomo ha infatti rilevato la violazione dell’art.5 che prevede il diritto alla libertà e alla sicurezza dei cittadini nell’Unione Europea.

L’Italia non è nuova a pronunce sfavorevoli da parte della CEDU per le forme di detenzione nel nostro Paese. Se per quasi cinquant’anni l’Italia non ha subito condanne, negli ultimi 3 anni sono state emesse svariate sentenze che impongono allo Stato risarcimenti per trattamenti inumani e degradanti relativi alle terribili condizioni detentive dei nostri istituti di pena e alle lungaggini dei processi (Trabelsi, Scoppola, Sulejmanovic). In altre parole, tortura. In particolare, il caso Sulejmanovic che condanna l’Italia per il sovraffollamento e le dimensioni delle celle negli istituti italiani è divenuto un precedente giudiziario importante e ha originato una serie di richieste affini alla CEDU. Ad oggi, oltre mille procedimenti in cui è coinvolto lo Stato italiano sono ancora pendenti davanti alla Corte. Visto lo scarso miglioramento delle condizioni detentive e dei numeri del sovraffollamento, si intuisce che nei prossimi mesi verranno emesse svariate condanne.

di Valeria Verdolini