Le donne di Dakar con il Boubou a quadri al Forum Sociale MondialeDakar. La stampa e i media italiani non parlano del Senegal e dell’XI edizione del Forum Sociale Mondiale, a 10 anni dal primo incontro a Porto Alegre. Sembra, il nostro, un Paese opaco, interessato più alla propria involuzione che ai fermenti che percorrono un mondo in crisi eppure aperto a grandi speranze. È il caso, dopo l’America Latina, dell’Africa, da dove scrivo per riportare l’enorme impressione provata alla marcia di domenica 6 febbraio.

La manifestazione di apertura del Forum Sociale Mondiale si è tenuta nella capitale senegalese tra la Piazza dell’Obelisco, nel cuore della Medina, a due passi dalla Grande Moschea, e l’Università Diop, una delle più prestigiose dell’Africa nera. 60mila i partecipanti, in rappresentanza di oltre 130 paesi e di qualche migliaio di associazioni accreditate. Soverchiante la presenza africana: in testa i senegalesi, come ovvio, seguiti da una folta e vivacissima rappresentanza marocchina. Netta la prevalenza delle donne di ogni età e di giovani: riflesso non tanto dell’assetto demografico del Maghreb e dell’Africa nera, quanto del risveglio panarabo e panafricano in corso. A significarne l’apertura al futuro, il corteo era guidato simbolicamente da un centinaio di bambini di una scuola elementare privata di Dakar, ciascuno con un palloncino colorato, accompagnati da una dozzina di suore giovanissime che sembravano suggerire “un’altra chiesa è possibile”.

Dagli altri continenti, folta la presenza dei brasiliani e dei venezuelani seguaci del controverso presidente populista Chávez. Molte le organizzazioni di cooperazione, tra cui le internazionali Oxfam e Caritas in primis, e l’italiana Mani Tese. Tra le altre associazioni italiane, oltre ad Arci e Uisp, significativa soprattutto la delegazione della Cgil, con una forte presenza di lavoratori migranti da ogni continente. Dall’Asia di qualche consistenza la sola presenza indiana. Al termine, il comizio conclusivo è stato aperto dal presidente boliviano Morales.

L’entusiasmo collettivo per la recente rivoluzione tunisina e l’appoggio al popolo egiziano impegnato ad abbattere la corrotta e filo-occidentale dittatura di Mubarak, erano palpabili. Ferocemente ironici i senegalesi nei confronti del presidente in carica Wade, il megalomane autocrate che ha stravolto l’eredità pluralista voluta e difesa dal “padre della patria”, il poeta Leopold Senghor. Nessuna visibile tensione, invece, per le espulsioni patite dai migranti marocchini in Algeria e per la presenza, subito dietro il sindacato marocchino, di esponenti del popolo Saharawi, vittima dell’occupazione coloniale del Marocco mirante a predare i fosfati di cui la regione è ricchissima. Molti i gruppi invocanti la pace tra il Senegal settentrionale e la regione meridionale della Casamance, dove operano formazioni armate separatiste.

Altrettanto palpabili i temi salienti impressi dagli africani alla “loro” manifestazione, una delle più imponenti nella storia recente dell’Africa subsahariana. Si tratta di temi quotidianamente vissuti, non derivati da approcci ideologici, e sentiti come urgenti per la salvezza e la ripresa del continente. In evidenza le libertà civili e i diritti dell’uomo e del cittadino con una forte connotazione di genere, la donna essendo il vero pilastro della sopravvivenza africana, ma tuttora oppressa da un radicato, millenario dominio maschile e patriarcale. A seguire, la rivendicazione dei diritti sociali elementari – l’istruzione, la casa, l’acqua potabile, la tutela di maternità e infanzia – e i temi dello sviluppo sostenibile. La presenza europea ha messo in luce soprattutto il tema dei diritti dei migranti e i problemi connessi all’ambiente.

Il Forum, come già è stato per l’America latina, potrebbe essere un’occasione per la diffusione in Africa di movimenti di democrazia partecipativa, capaci di mutare gli equilibri nelle forze politiche e nei governi. In declino in Occidente, la democrazia nel suo senso sostanziale, materiato di giustizia sociale, di diritti del lavoro, di accesso all’informazione libera e di una volontaria partecipazione popolare organizzata, sembra conoscere una nuova vitalità e un’opportunità di rigenerazione, proprio nei paesi emergenti, specie quelli che insieme cavalcano e subiscono i processi di globalizzazione in atto.