Il giorno seguente la grande manifestazione che ha visto due milioni di persone scendere in piazza contro il regime, la protesta non accenna a diminuire. Anche il discorso tenuto ieri sera dal presidente Hosni Mubarak alla televisione di Stato in cui il rais ha annunciato di non volersi ricandidare alle elezioni di settembre, non ha sortito gli effetti sperati e  i manifestanti sono scesi di nuovo in piazza. Un portavoce del ministero della Sanità egiziano ha reso noto che finora, negli scontri, sono state ferite 403 persone e un uomo, appartenente alle forze di sicurezza, è rimasto ucciso. Secondo fonti sanitarie e del movimento di opposizione ‘6 Aprile’, le persone ferite sarebbero almeno 500.

Per tutto il giorno è andato avanti lo scontro tra opposte fazioni sul lato nord di piazza Tahrir, dove 500 sostenitori del Rais hanno tentato di fare irruzione. Uomini a cavallo e su cammelli sono entrati nella piazza caricando i manifestanti. El Baradei ha invocato l’intervento dell’esercito “per proteggere le vite egiziane”. Manifestazioni pro-Mubarak sono state segnalate anche a Ismailia e a Suez.   La polizia non ha caricato i dimostranti ma ha lanciato lacrimogeni e ha sparato in aria per disperderli. L’opposizione ha denunciato che alcuni agenti in borghese si sarebbero infiltrati tra la folla per fomentare le violenze. Sono volati blocchi di cemento e bombe molotov lanciate contro il Museo Egizio che è andato in fiamme. I Verdi hanno anche riportato la presenza di alcuni giornalisti italiani in piazza Tahir durante gli scontri.

Le violenze hanno annullato il lento ritorno alla normalità che sembrava profilarsi con l’annuncio della riduzione di tre ore del coprifuoco e con la ripresa del funzionamento di Internet al Cairo e ad Alessandria. La piazza, però, non ha accolto l’invito dell’esercito a ritornare a casa e a riprendere la vita di tutti i giorni. In mattinata l’attività del Parlamento è stata sospesa in attesa che i tribunali si pronuncino sui ricorsi sui risultati elettorali del voto di novembre e dicembre. 

La posizione degli Stati Uniti – A dar forza ai manifestanti anche l’intervento di Barack Obama, che in un breve discorso tv ha chiesto che in Egitto “la transizione cominci ora”. Il numero uno della Casa Bianca ha anche condannato le violenze e si detto preoccupato per gli attacchi ai media e ai manifestanti pacifici. Il Dipartimento di Stato Usa ha confermato che l’ambasciatore Usa in Egitto, Margaret Scobey, ha avuto un “contatto” con il leader dell’opposizione laica, Mohamed El Baradei.

L’Italia e l’Israele “Molto preoccupato per gli sviluppi delle ultime ore” si è detto anche il ministro degli Esteri, Franco Frattini. “Sono notizie preoccupanti. Quando si arriva agli scontri tra fazioni di manifestanti si rompe quella pacifica richiesta di libertà che ieri avevamo visto nella piazza del Cairo. Quando forse ci sono addirittura poliziotti in borghese, milizie che aggrediscono… Io credo – ha concluso Frattini – che l’esercito abbia fatto bene a dire che chiunque sarà sorpreso in queste azioni sara’ punito severamente”. Mentre il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, ha lanciato un allarme: la rivolta in Egitto rischia di destabilizzare il Medio Oriente per anni.

Questa mattina a Ecoradio l’inviata di ‘Terra‘ al Cairo, Annalena Di Giovanni, ha raccontato ai microfoni dell’emittente ambientalista diretta da Emanuele Giordana: “Un collega egiziano mi ha mostrato uno dei manifesti che circolano in alcune zone della Capitale in cui si invita, dietro compenso di 25 ghinee (circa 3,5 euro) a manifestare per Mubarak”. Nel cartello veniva dato appuntamento davanti alla stazione della tv di Stato dove si sarebbe ottenuto il denaro promesso e si sarebbero ricevute le indicazioni organizzative”. L’inviata di Terra ha raccontato della formazione di “squadracce” di miliziani armate dalla polizia e formate da ex detenuti, che hanno il compito di intimidire i manifestanti difesi, invece, in molti casi, dall’Esercito. “Anch’io mi sono trovata nella situazione di dovere essere protetta dai militari”, ha detto Di Giovanni. L’inviata ha documentato anche la formazione di piccole squadre di autodifesa locale, armate di bastoni, che, assieme alla polizia, presidiano veri e propri ‘check point’ per impedire infiltrazioni delle “squadracce” di miliziani tra i dimostranti.

Le reazioni dell’Unione europea – L’Unione europea aumenta la pressione sul presidente egiziano Hosni Mubarak, chiedendogli di fare “qualcosa, il più presto possibile”, per dimostrare che le legittime aspirazioni dei cittadini egiziani che manifestano pacificamente vengono ascoltate. Non è ancora una richiesta affinché il rais esca il prima possibile di scena, come preteso dalle piazze del Cairo, ma è un passo in avanti rispetto alla dichiarazione dei ministri degli Esteri di lunedì scorso, che non si sono schierati sulle dimissioni di Mubarak. La crescente pressione della Ue è confermata anche dalla decisione di inserire la crisi egiziana e tunisina nell’agenda del vertice Ue di venerdì prossimo, annunciata nella lettera di invito ai leader del presidente stabile dell’Ue, Herman van Rompuy. “Sarà un momento anche per valutare le implicazioni di questi eventi per tutta la regione e per l’intera Unione europea”, si legge nella lettera. Oggi, ad alzare la voce da Bruxelles è stata la baronessa Catherine Ashton. “E’ fuori questione che dobbiamo vedere un movimento e che il processo di trasformazione e di transizione impongono un senso di urgenza”, ha detto il capo della diplomazia della Ue. “Ci appelliamo al presidente Hosni Mubarak perchè faccia qualcosa il più presto possibile affinchè il popolo possa vedere che sta avendo risposte”. La Ashton ha ammesso la “cautela” con la quale la Ue chiede alle autorità egiziane di andare oltre. “Io parlo a nome di tutti i 27 paesi della Ue”, si è giustificata.
(ER)