Cernavoda. Letteralmente “acqua scura”. E’ un nome suggestivo e un po’ inquietante quello della cittadina romena ai confini con la Bulgaria. Un nome che in questi giorni sta riecheggiando oltreconfine, precisamente in Italia, dove sta allungando oscuri presagi sulla fortuna del nucleare targato Enel.

Le tre big europee che insieme alla società Italiana partecipavano al progetto di espansione della centrale nucleare che sorge proprio a Cernavoda (Rwe, Iberdrola e Gdf Suez) hanno infatti appena deciso di tirarsi indietro. E lo hanno fatto con una nota in cui spiegano che “le incertezze economiche e di mercato riguardanti questo progetto, collegate in gran parte con la crisi finanziaria, non sono più compatibili con il fabbisogno di capitale del progetto di una nuova centrale nucleare”. La decisione, aggiungono “non ha però a che fare con le qualità tecniche del progetto, riconosciute anche dalla Commissione Europea”.

I rinunciatari salgono così a quattro, dal momento che alcuni mesi fa aveva già abbandonato la ceca Cez. A restare per così dire con il cerino in mano, nel consorzio con la statale Nuclearelectrica sono rimaste Enel e l’indiana ArcelorMittal. Secondo fonti citate dal giornale romeno Adevarul, Nuclearelectrica dovrebbe rilevare le quote delle tre rinunciatarie, arrivando temporaneamente sopra all’80%. Quindi, probabilmente, ne proporrà l’acquisto alle due rimanenti. In alternativa potrebbe cercare partner esterni, probabilmente cinesi. A quanto pare tuttavia anche la permanenza di Enel nel consorzio ora è legata a un filo sottile. E alla permanenza di Enel è legato anche il possibile coinvolgimento di Finmeccanica, che potrebbe partecipare alla costruzione attraverso Ansaldo Energia.

Il progetto, che prevede la realizzazione di due nuovi reattori (il 3 e il 4) di tipo Candu da 720Mw ciascuno stimava un investimento di 4 miliardi di euro, ma i costi probabilmente stanno superando le aspettative. Inoltre il governo romeno sta varando un riordino del settore, con la creazione di holding statali in cui concentrare gli asset energetici partecipati dallo Stato, che secondo vari osservatori potrebbe costituire un passo indietro per il libero mercato.

Enel partecipa al consorzio con una quota abbastanza esigua, del 9%, ma il segnale che arriva dalle sponde del mar nero è comunque nefasto. Per la tedesca Rwe, ad esempio, si tratta già del secondo abbandono in campo nucleare solo in europa orientale nel giro di due anni. Nel 2009 la società si era ritirata da una simile attività in Bulgaria.

La decisione di Iberdrola, Rwe e Gdf-Suez ha sicuramente ragioni più specifiche e contingenti, ma fa nascere il dubbio che la convenienza di certi investimenti nucleari a volte sia messa a dura prova. “In un contesto di libero mercato come quello del mondo occidentale – spiega a ilfattoquotidiano.it Alberto Clò, docente di Economia industriale, ex ministro, nonché ex nuclearista convinto, che da qualche anno mette in dubbio la bontà di un ritorno all’atomo – il nucleare fa fatica a decollare. Uno dei motivi è che il costo di una centrale è difficilmente prevedibile e quasi sempre tende a raddoppiare. In America anche a triplicare”.

A investire in nucleare in giro per il mondo, aggiunge Clò, che legge la notizia di Cernavoda anche nell’ottica del dibattito sul ritorno al nucleare in Italia, sono infatti “principalmente i paesi emergenti, con impostazioni dirigiste in campo economco. Io non sono assolutamente contrario per principio, anzi, parlo da nuclearista. In un sistema privatistico e concorrenziale come il nostro però credo che in questo momento non ci siano i requisiti. Specie se di mezzo c’è lo Stato e quindi i soldi dei cittadini, o una tendenza a “socializzare i rischi”, come ho letto ultimamente in qualche documento governativo”.