E’ stato il week-end del ricordo, della protesta, della celebrazione. Negli Stati Uniti è stato il week-end che ha marcato il 38esimo anniversario dalla Roe v. Wade, la storica sentenza con cui la Corte Suprema nel 1973 sanciva il diritto delle donne all’aborto. E ora come allora, l’America si è divisa. Molti si sono riuniti nelle chiese e hanno pregato per il bando totale all’aborto. Altri hanno chiesto di difendere e ampliare i diritti delle donne. Il culmine della mobilitazione ci sarà oggi, lunedì, con la tradizionale “March for Life” e l’arrivo a Washington di decine di migliaia di antiabortisti.

Le divisioni e le ferite che ancora segnano gli Stati Uniti in tema di interruzione della gravidanza sono tornate fuori anche nelle dichiarazioni della Washington politica. Il presidente Barack Obama ha detto che la Roe v. Wade “protegge la salute delle donne e la libertà riproduttiva”. Per lo speaker della Camera, il repubblicano John Boehner, la sentenza della Corte Suprema “fece a pezzi il diritto alla vita che i Padri Fondatori descrissero nella Dichiarazione di Indipendenza”. Posizioni inconciliabili, replicate in centinaia di altre dichiarazioni (repubblicani e conservatori da una parte, democratici e liberal dall’altra), e che preannunciano una battaglia ancora più cruenta nei prossimi mesi.

Oltre le parole della politica, è comunque un fatto che il diritto d’aborto, negli Stati Uniti, sia ormai seriamente minacciato. “Siamo di fronte a un vero cambiamento culturale”, annunciano entusiasti i membri di “Americans United for Life”, un gruppo pro-life. Dal loro punto di vista, hanno ragione. Le elezioni di midterm hanno portato a Washington una truppa ancora più nutrita di deputati e senatori anti-abortisti. Sono 29 a questo punto i governatori contrari all’interruzione di gravidanza (erano 21 prima delle elezioni). E in 15 Stati, governatori e parlamenti locali coincidono nell’orientamento pro-life.

Se a Washington il dibattito è ancora in gran parte teorico, è proprio a livello locale che il diritto all’aborto viene ogni giorno ridotto. In Nebraska è stata votata una legge che vieta l’aborto dopo la 20esima settimana di gestazione (tradizionalmente, il limite è tra le 22 e le 24 settimane). Secondo i legislatori, “il feto subirebbe un grave e lancinante dolore”. Sebbene la scientificità della teoria sia stata messa in discussione, misure simili stanno per essere prese in Indiana, Iowa, New Hampshire e Oklahoma. La legge del Nebraska ha costretto ad andarsene l’unico medico dello Stato che praticava aborti in fase avanzata, con il risultato che ora molte donne sono costrette a lunghi e massacranti spostamenti per interrompere la gravidanza (una donna americana su quattro deve viaggiare per almeno 75 km per abortire).

In altre zone si preferiscono le pressioni psicologiche. L’anno scorso l’Oklahoma a introdotto una regola per cui dottori e tecnici di laboratorio devono svolgere l’ecografia con lo schermo rivolto verso la donna, cui deve essere spiegata nei dettagli la conformazione del feto. Kentucky, Indiana, Montana, Ohio, Texas, Virginia pensano quantomeno all’obbligo, per la donna che decide di abortire, di sottoporsi a un’ultima ecografia. Dove le pressioni psicologiche nei confronti della donna non sono bastate, ci si è rivolti ai medici abortisti. L’ultimo episodio grave è l’assassinio di George Tiller in Kansas, nel 2009, ad opera di un militante antiabortista (Tiller dirigeva una delle poche cliniche del Midwest che offrivano aborti dopo la 20esima settimana. La clinica è stata chiusa dopo la sua morte). Ma minacce e intimidazioni continuano ovunque. Sono 6100, dal 1977, gli atti di violenza denunciati contro i fornitori di servizi abortivi.

Restano infine i condizionamenti economici. Negli Stati Uniti non è possibile usare denaro federale per finanziare l’aborto. E diversi Stati hanno approvato, o stanno approvando, leggi per bandire l’aborto dalle polizze sanitarie istituite con la riforma sanitaria di Barack Obama. Si tratta insomma di un fuoco di fila di paletti e condizionamenti che rendono sempre più difficile l’interruzione di gravidanza, e che spiegano l’entusiasmo delle migliaia di antiabortisti scesi a manifestare in queste ore. “Siamo preoccupati. Sono tempi folli, possono succedere molte brutte cose”, commenta Emily Stewart di Planned Parenthood, un gruppo pro-choice.

di Roberto Festa