La Consulta si è riunita. Qualche ora di attesa e sapremo se questo impedimento è effettivamente legittimo oppure no.

La notizia, però, è un’altra: questa decisione tanto attesa potrebbe essere inutile. Lo dice il Giornale, con il malcelato orgoglio di chi è basista di chi ha fatto la marachella senza essere stato scoperto. Ed è stato ampiamente illustrato da Antonio Di Pietro durante la puntata di ieri di Ballarò.

Cinque dei sette giudici che erano al lavoro sui tre procedimenti che vedono imputato Silvio Berlusconi sono ora altrove, hanno ricevuto spostamenti e promozioni. Il cambio del collegio decisore porterà due dei tre procedimenti (diritti TV Mediaset e corruzione a David Mills) a dover essere celebrati ricominciando da zero. Così viaggerebbero verso una rapida e assai probabile prescrizione anche in caso di bocciatura del legittimo impedimento.

Insomma, va a finire che Berlusconi sarà salvato dai giudici.

Il dato su cui vorrei riflettere è però un altro: qualunque sia la decisione della Consulta, non cambierà assolutamente nulla nel rapporto tra Berlusconi e gli elettori. Il suo consenso non sarà intaccato da questa partita. Non è cambiato sino ad ora, perché dovrebbe cambiare da venerdì?

Non c’è italiano che non abbia un’opinione su Berlusconi e sulle sue vicende giudiziarie. Ognuno di noi ha un’idea definita e matura (abbiamo avuto diciassette anni di tempo…) e prescinde dalla giurisprudenza.

Il punto, dunque non è la presunta colpevolezza del Premier, quanto il peso morale che ogni individuo attribuisce alle imputazioni e più in generale all’essere imputato.

Chi pensa che Berlusconi sia colpevole continuerà a pensarlo in ogni caso e se questo rappresenterà un discrimine sufficiente per non votarlo, persevererà nel comportamento; chi invece ritiene che la colpevolezza di Berlusconi non sia un problema accetterebbe anche un’eventuale condanna.

A questi va aggiunto un segmento non marginale dell’opinione pubblica che ritiene convintamente che il Premier sia innocente e che questo interesse ossessivo per lo stop ai processi non sia un segnale di paura o un’implicita ammissione di colpevolezza, bensì legittima difesa. In questo pezzo di mondo c’è sicuramente una fetta di italiani che si identifica in questa battaglia contro i giudici (e la giustizia), che si comporterebbe come Berlusconi se avesse il suo potere e che, se potesse costruirsi una propria personale impunità, lo farebbe senza alcun rimorso. E dunque la presunta colpevolezza, in certi segmenti dell’opinione pubblica, potrebbe arrivare a rappresentare addirittura un “merito” e un elemento di appartenenza.

Per la maggioranza degli elettori italiani, dunque, il comportamento di voto non è determinato dalle vicende giudiziarie di Berlusconi. Hanno già digerito. Lo dimostrano anni di anti-berlusconismo di stampo legalista che non hanno generato alcun consenso. La battaglia per l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge è sacrosanta ed è un pilastro della tenuta delle istituzioni democratiche, ma non sposta un voto.

Agli italiani, drammaticamente, questi argomenti non interessano. Ce lo dicono da anni ma non li abbiamo mai davvero ascoltati. E dato che la campagna elettorale pare imminente, teniamolo a mente: Berlusconi non si attacca parlando di giustizia, ma parlando di ciò che (non) ha fatto come pubblico amministratore.