“La California potrebbe uccidere un innocente”. Lo hanno scritto cinque giudici federali, rivolgendo all’ex-governatore Arnold Schwarzenegger la richiesta di commutare la pena capitale per Kevin Cooper, nel braccio della morte dal 1991. Schwarzenegger avrebbe dovuto concedere la grazia prima della fine del suo mandato, il 3 gennaio scorso. Non l’ha fatto, passando prudentemente la grana al suo successore, il democratico Jerry Brown. Ma l’affaire Cooper è diventato una tra le questioni politiche più spinose, emblema dei tanti mali che affliggono la giustizia americana. In particolare, il sistema della pena capitale.

La vicenda giudiziaria di Kevin Cooper inizia con uno dei crimini più efferati nella storia dello stato della California. E’ la sera del 5 giugno 1983 quando in una casa di Chino Hills, ricco sobborgo di Los Angeles, vengono trovati quattro cadaveri. Si tratta di Doug e Peggy Ryen, della loro figlia di 10 anni e di una giovane amica. I corpi sono orrendamente mutilati. Straziati con un rompighiaccio. Fatti a brandelli con un’ascia. Sopravvive miracolosamente, nonostante la gola tagliata, l’altro figlio dei Ryen, Josh, 8 anni. Le vittime sono tutti bianchi.

La prima testimonianza che gli investigatori raccolgono è proprio quella di Josh, che ricorda confusamente l’irruzione violenta di tre persone – anche loro bianche. Il racconto del ragazzo ha un senso. A casa Ryen vengono trovati l’ascia, il rompighiaccio, due coltelli. Possibile, probabile, che gli assassini fossero in gruppo. Al momento del processo, però, Josh ritratta la sua iniziale testimonianza e identifica in un nero l’autore del massacro. Al momento del processo, del resto, l’unico indagato è proprio lui, Kevin Cooper, afro-americano 25enne, più volte condannato per furto, fuggito di prigione e arrestato in una casa abbandonata poco lontana da quella dei Ryen. E’ lui che la corte trova colpevole. A Cooper viene imposta la condanna più severa: la pena capitale.

Kevin Cooper non ha mai smesso di professare la sua innocenza. Col tempo, la sua causa ha conquistato sempre più adepti. Tante sono le falle del teorema accusatorio. Come avrebbe potuto un uomo solo fare irruzione in casa Ryen munito di un’ascia, un rompighiaccio, due coltelli? Come avrebbe potuto avere ragione di un ex-marine di quasi 200 kg come Doug Ryen, senza che gli altri componenti della famiglia tentassero la fuga? L’ipotesi di più killer è del resto supportata da altre testimonianze. La notte del massacro un gruppo di uomini, tra cui un omicida da poco liberato di prigione, arrivò in un bar della zona. Avevano i vestiti macchiati di sangue. Guidavano una station wagon identica a quella rubata ai Ryen.

Non è strano che la polizia abbia trascurato dettagli così importanti. “La polizia si trovava sotto pressione per risolvere il crimine. E ha fabbricato le prove”, spiega William Fletcher, uno dei giudici che hanno preso a cuore il caso. L’accusa è grave, ma fondata. Sulla T-shirt rinvenuta sul luogo del massacro è stato trovato il sangue di Kevin Cooper. Ma nel reperto era presente anche una sostanza chimica, usata per conservare il sangue in provetta. Segno, probabile, che il sangue prelevato a Cooper, al momento dell’arresto, è stato poi versato sulla T-shirt dell’omicida.

E’ per indizi come questi che i sostenitori dell’innocenza di Cooper erano certi della grazia. Ma Schwarzenegger si è nascosto dietro la formula del “caso che richiede ulteriori approfondimenti” (nel suo ultimo giorno di governo, l’ex-Terminator ha però trovato il modo di ridurre la sentenza al figlio di un suo alleato politico, condannato per omicidio). Cooper resta in carcere. Dovrebbe essere messo a morte nel 2011, ma spera che qualcosa possa succedere. Il suo avvocato ha così spiegato la mancata grazia. “E’ tutto molto semplice. C’è l’orrendo massacro di una famiglia bianca. E c’è un condannato nero”. Il 30% delle persone messe a morte negli Stati Uniti dal 1976 sono neri. L’assassino di un bianco ha tre possibilità in più di essere condannato a morte rispetto all’assassino di un nero.

di Roberto Festa