Sinistra spaccata, sindacati divisi, governo alla finestra. E Sergio Marchionne che, con le sue strategie anche di comunicazione, traccia un solco sempre più netto tra le scelte aziendali e la contrattazione sindacale così come è stata intesa in Italia nel dopoguerra. A due giorni dal referendum tra i lavoratori di Mirafiori, il caso Fiat è sempre meno una semplice questione industriale. E sempre più politica. “Marchionne insulta ogni giorno il Paese”, tuona oggi il leader della Cgil Susanna Camusso nella relazione introduttiva all’assemblea nazionale delle Camere del lavoro. Un attacco che riallinea la segreteria centrale del sindacato alle posizioni del settore dei metalmeccanici, quella Fiom che per prima si è battuta contro l’accordo che, sulla scia di Pomigliano, ha portato di fatto anche lo storico stabilimento torinese al di fuori del contratto nazionale.

Camusso accusa Fiat di non rendere noti i dettagli del piano industriale Fabbrica Italia: “Il Lingotto sbaglia tempo e sbaglia risposte, riducendo i diritti dei lavoratori e la loro fiducia sulle prospettive. Ma è evidente la sua debolezza industriale, come il mistero che continua a circondare il piano Fabbrica Italia”. Parole che fanno inevitabilmente riferimento alle ultime dichiarazioni di Marchionne. L’ad del Lingotto ieri ha assestato un nuovo colpo alla dialettica sindacale affermando da Detroit che “se al referendum non vincerà il sì non faremo l’investimento, di ‘piani b’ ne abbiamo a volontà”. Non solo. L’amministratore delegato di Fiat ha detto chiaramente di non temere un eventuale ricorso della Fiom al tribunale del lavoro e poi, provocatoriamente ha elogiato le dinamiche sindacali degli Stati Uniti: “Che differenza con il sindacato Usa. Con loro si discute, ma quando si fa un accordo, si passa ai fatti”.

Il referendum, dunque, secondo Marchionne, non chiuderà la partita. Del resto lo stesso segretario Fiom Maurizio Landini ha fatto capire di non volersi fermare nemmeno di fronte a un esito netto e contrario alle posizioni della sua organizzazione sindacale. Se il referendum è servito a ricompattare almeno la Cgil (vedremo se solo sulla carta e per quanto) non si può dire altrettanto per la politica. A finire in tilt, in particolare, è il partito democratico. Ieri Pierluigi Bersani, dopo l’incontro con Landini, non ha rilasciato dichiarazioni. Non riuscendo a trovare una sintesi, in serata si è limitato a dire che “il pluralismo del Pd sul tema continuerà”. Pluralismo, in realtà, è sinonimo di divisione. L’ala sinistra del partito, guidata dall’ex segretario Cgil Sergio Cofferati, offre pieno sostegno alla Fiom. Il candidato sindaco di Torino Piero Fassino era stato il primo a rompere gli indugi dicendo: “Se fossi un lavoratore Fiat voterei sì”. A chiudere il cerchio è Massimo D’Alema, secondo cui il Pd ha preso “una posizione chiara, che compete a un partito politico ma non è certamente quella di partecipare al referendum”. Posizioni libere, indipendenti e poco chiare che spingono Cisl e Uil a chiedere al partito “più coraggio”.

Anche Confindustria, sminuita nella sua importanza da Marchionne che si è sfilato dall’associazione degli industriali, è costretta a stare a guardare. O peggio a rincorrere: Emma Marcegaglia non può far altro che “suggerire” a Fiom di firmare l’accordo e poi chiedere chiarezza sugli investimenti, considerando evidentemente fondata l’ipotesi dell’amministratore delegato di sbaraccare Mirafiori e spostare tutto negli States o in Canada.

E il governo? Tace e offre una sponda, evidentemente compiaciuto dalla posizione di Marchionne e dall’effetto che sta producendo sui sindacati e sul centrosinistra. L’esecutivo è nel mirino del segretario Cgil: “Se Fiat può tenere nascosto il piano – spiega Susanna Camusso – è anche perché c’è un governo che non fa il suo lavoro ma è tifoso e promotore della riduzione dei diritti”. L’assenza totale del governo dalla contrattazione e dagli ultimi investimenti Fiat non può essere letto solo come volontà di lasciare che un’azienda faccia le sue scelte. La casa del Lingotto, anche grazie ai contributi di cui ha beneficiato nel corso dei decenni, si è sempre mossa sotto la guida dei governi in carica. Questa volta è andata diversamente. E se la politica del governo può essere interpretata come un silenzio-assenso, è altrettanto vero che l’assenza di palazzo Chigi dalla vicenda è stata interpretata da molti analisti come un segno di debolezza.

Chi, nel governo, ha deciso di scendere in campo, è il ministro della Funzione Pubblica Renato Brunetta, che trova il modo per prendersi dei meriti elogiando l’amministratore delegato: “Marchionne sta copiando Brunetta”, dice il ministro. “Quello che ho fatto io è esattamente quello che sta cercando di fare Marchionne nelle fabbriche. Lui però ha un’arma in più di me, perché ha dalla sua il mercato: io non posso dire me ne vado”.