L’ultimo dei ragazzi somali che vivono nell’inferno di via dei Villini, a Roma, è da poco tornato dall’ospedale San Gallicano. L’ospedale dei ‘poveri’, visto che riceve anche i clandestini che chiedono di essere medicati. Si riunisce ai suoi compagni nelle ‘camerate’ fredde dell’ambasciata somala occupata. “Ha una brutta ferita da proiettile che va curata periodicamente – dice Maurizio Calò, presidente dell’associazione Migrare – fortuna che in questo posto, oggi chiuso alla visite abbiamo trovato un’infermiera che anche se non in servizio si è prestata a medicarlo”. Il ragazzo ha tutti i documenti in regola, compresa la tessera sanitaria, ma non sa che diritti gli sono riconosciuti, nessuno glielo ha mai spiegato.

Il Fatto quotidiano segue da settimane la vicenda dei 150 profughi della guerra civile che si sono accampati nell’ex ambasciata somala nella zona della via Nomentana. Elegante strada dove vi sono molte delle lussuose sedi diplomatiche estere. Tate e mamme di una esclusiva scuola privata svizzero-tedesca che è sullo stesso tratto dell’ambasciata occupata, passano dall’altra parte del marciapiede. “Questa gente è dignitosissima, specie i somali, che anche in condizioni di emergenza – continua l’avvocato Calò – riescono a curare il proprio igiene, fanno l’impossibile, lei stenterà a crederci, io ho trasportato nella mia auto per ore questo ragazzo, bene io non ho sentito un odore sgradevole. E’ da queste cose anche che si misura il grado di emancipazione di un uomo”.

Shukri Said, somala anche lei dell’associazione Migrare, trapiantata a Roma, sanguigna, passionaria, fa la spola qui tutti i giorni, non si perde d’animo. “Pochissimi giorni fa c’è stata una visita ricognitiva di una delegazione dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr)” si scalda la donna  “e hanno espresso profonda preoccupazione per le condizioni di degrado. Al dì sotto, riporto testuale, ‘di ogni minimo standard accettabile‘”. Senza acqua, riscaldamenti, due bagni in tutto e inagibili. Fanno su e giù con la Caritas di via Marsala, zona della stazione Termini.

Sono tutti rifugiati che avrebbero diritto a entrare nei programmi d’inserimento per i quali l’Italia prende generosi fondi europei affinché possa farli integrare: dandogli un lavoro e una sistemazione adeguata. Il cellulare dell’avvocato Calò squilla, è un amministratore locale di un paesino nell’alto Piemonte, “forse ha trovato – dice l’avvocato – una sistemazione per almeno tre di loro”. Sono ragazzi che hanno i documenti in regola. Uno di loro tira fuori tutti la patente presa in Italia, un altro tira fuori la tessera sanitaria. Documento di cui, in molti casi, i rifugiati non conoscono neanche il valore. “Sono persone, accolte da questo paese, ma nessuno fa nulla per loro. Alcuni di questi sono sbarcati a Crotone – alza la voce Said – gli è stato dato un foglietto con l’indirizzo: via dei Villini, questa è la tua residenza. Fine”. Eppure il nostro Paese dispone di circa di 27 milioni di euro l’anno per la sistemazione di rifugiati e profughi.

E’ l’Anci, l’associazione nazionale dei comuni italiani, a gestire una parte cospicua di questi fondi ma le liste di attesa sono infinite e andrebbe rivisto, come chiedono oramai molti sindaci italiani, sia di centrosinistra che di centrodestra, da Alemanno a Zanonato, tutto il sistema dell’accoglienza in Italia. Il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati oggi ha a disposizione tremila posti. Disseminati in 130 comuni in tutta Italia. “Il problema grande è che il problema viene sottodimensionato – osserva Said – abbiamo liste d’attesa molto lunghe, alcuni di questi ragazzi sono in attesa da sette anni”. Restano così fuori dal programma d’inserimento circa 44 mila persone (fonte Migrare.eu).

“Oggi in Italia abbiamo diversi sistemi paralleli di accoglienza e per i richiedenti asilo e per i rifugiati – osserva Calò – con costi diversissimi e che si potrebbero ottimizzare. Pensate a tutte le caserme militari abbandonate e come potrebbero essere reimpiegate e con quali risparmi?”.

Ilfattoquotidiano.it è andato a leggersi le graduatorie provvisorie del ministero dell’Interno appena approvate delle domande degli enti locali ammessi alla ripartizione del fondo nazionale per le politiche ed i servizi dell’asilo. Graduatorie divise in tre categorie: quelli affetti da disagio mentale, quelli vulnerabili e quelli definiti ordinari. Complessivamente sono state presentate 208 domande di contributo, 151 delle quali sono state ammesse provvisoriamente al finanziamento. Progetti che dovrebbero garantire l’accoglienza di 3 mila persone. Ma se si va a leggere la graduatoria provvisoria dei richiedenti asilo della lista ‘ordinari’ si scopre, ad esempio, che saranno erogati al comune di Torino per 50 posti, poco più di un milione e 100 mila euro ma per gli stessi posti il comune di Modena spenderà quasi la metà.

di Lorenzo Galeazzi e David Perluigi