Sì agli omosessuali nell’esercito. No al riconoscimento della cittadinanza per i figli degli immigrati illegali. E’ stato un sabato storico, per il Senato degli Stati Uniti. “Poche volte nella storia questa assemblea si è trovata a votare su due questioni di eguaglianza così importanti”, ha detto Richard Durbin, senatore democratico dell’Illinois. Alla fine di appassionate e polemiche dichiarazioni di voto, il Senato ha cancellato “Don’t Ask, Don’t Tell”, la norma che proibisce agli omosessuali dichiarati di servire nell’esercito. Non è andata altrettanto bene ai figli, soprattutto ispanici, di chi è entrato illegalmente negli Stati Uniti. Il “DREAM Act”, la legge per garantire la cittadinanza a migliaia di giovani che vivono, studiano, lavorano negli Stati Uniti, non ha superato l’ostruzionismo repubblicano.

Hanno esultato a lungo, fuori del Campidoglio, le decine di gay e lesbiche arrivate a Washington per il voto. La conta finale in Senato, 65 contro 33, mostra un’ampia maggioranza a favore del superamento di “Don’t Ask, Don’t Tell”. La scorsa settimana la Camera aveva votato una misura analoga. I democratici sono riusciti a ottenere l’appoggio di sei senatori repubblicani – politici di primo piano come Susan Collins, Olimpia Snowe, Richard Lugar – convinti che l’esclusione degli omosessuali dall’esercito sia una norma ormai anacronistica (lo stesso segretario alla Difesa Robert Gates, e il capo di stato maggiore, Mike Mullen, hanno più volte spiegato che l’esercito USA è perfettamente in grado di accogliere gli omosessuali).

Dopo 17 anni, scompare quindi la legge diventata simbolo del pregiudizio anti-gay. Votata nel 1993, “Don’t Ask, Don’t Tell” era concepita anche come un modo per garantire la privacy dei gay nell’esercito. Agli omosessuali dichiarati veniva negato l’accesso alle caserme. Agli ufficiali era fatto divieto di indagare sulle preferenze sessuali dei soldati. Con il passare degli anni, e l’evoluzione dei costumi, l’insofferenza nei confronti del bando era però esplosa. E’ stato calcolato che 14 mila membri delle Forza armate americane siano stati costretti ad abbandonare il servizio perché omosessuali. “Non mi interessa chi amate. Se amate questo Paese abbastanza per rischiare la vita, non dovreste nascondervi”, ha detto in aula il senatore dell’Oregon Ron Wyden, giunto a votare nonostante la prossima operazione per un tumore. Per Barack Obama si tratta di un indubbio successo politico, dopo mesi di appannamento politico. Il presidente aveva inserito la cancellazione di “Don’t Ask, Don’t Tell” nel suo programma elettorale.

Se i gay e le lesbiche americani festeggiano un giorno storico, non altrettanto potranno fare le migliaia di figli di immigrati illegali – americani di fatto – che da anni attendono una regolarizzazione della propria posizione. I democratici non hanno raggiunto la maggioranza di 60 voti necessari a bloccare l’ostruzionismo repubblicano sul “DREAM Act”, la legge per garantire la cittadinanza ai giovani – si dice circa due milioni – condotti illegalmente negli Stati Uniti dai genitori. Si tratta di “ragazzi cresciuti in questo Paese – ha detto il democratico Durbin, nel discorso forse più appassionato e importante della sua carriera – che qui hanno studiato e giurato fedeltà alla nostra bandiera”. La legge, personalmente sponsorizzata da Barack Obama, avrebbe garantito la cittadinanza a chi è entrato negli Stati Uniti prima dei 16 anni, con un diploma di scuola superiore, senza precedenti penali e con l’obbligo di andare all’università o servire nell’esercito.

L’ostinato ostruzionismo repubblicano, fomentato dalla retorica anti-immigrati del Tea Party, ha fatto fallire la manovra. La delusione, lo sconforto, erano evidenti nei volti delle decine di ragazzi che dagli spalti del Senato hanno assistito alla votazione. A molti di loro non resta che tornare alla semi-clandestinità. Spesso non conoscono altra lingua che l’inglese. Non sono mai usciti dagli Stati Uniti. Hanno titoli di studio delle università americane. Ma negli Stati Uniti non possono lavorare legalmente. Non possono votare, o farsi una famiglia. A questo punto è improbabile che il “DREAM Act” venga considerato a gennaio, dal prossimo Congresso. I repubblicani, che avranno la maggioranza alla Camera e più forza al Senato, non sembrano avere intenzione di abbandonare posizioni sempre più restrittive – ed elettoralmente vincenti – in tema di immigrazione.

“La storia degli Stati Uniti è una marcia ininterrotta verso l’eguaglianza. E alla fine l’eguaglianza prevarrà”, ha detto in aula il democratico Charles Schumer. “Non è così per tutti”, ha commentato una ragazza ispanica, dagli spalti del Senato.

di Roberto Festa