Chissà se oggi ci troveremo una riproposizione a reti unificate, alla vigilia del voto di fiducia, delle immagini del volto sanguinante di Silvio Berlusconi. Io, quel 13 dicembre 2009, ero nella piazzetta dietro il Duomo. Il clima è quello classico dei discorsi di Berlusconi, con l’immancabile Meno male che Silvio c’è intonato in suo onore e la squadra di parlamentari ed amministratori al completo con la vocazione della testimonianza pubblica per il grande benefattore che li ha voluti.

Dopo la testimonianza dal palco dei vari Lupi, La Russa, Tremonti giunge finalmente colui per il quale si è voluta la serata. “Berlusconi non delude mai: quando ti aspetti che dica una scempiaggine, la dice. Ha l’allergia alla verità, una voluttuaria e voluttuosa propensione alle menzogne. Chiagne e fotte, dicono a Napoli dei tipi come lui.” La descrizione montanelliana, pur datata, è attuale. Berlusconi comincia a parlare. E parla di partito dei giudici che gli impedisce di governare, del servizio pubblico (“pagato coi soldi di tutti”) che lo attacca quotidianamente, millanta sulla sua risolutiva opera di pacificatore del conflitto in Georgia, ripropone i conosciuti slogan sulla sinistra che si ispira al marxismo e vuole uno stato di polizia fiscale, di alleati che stanno “un po’ di qua e un po’ di là”, di una lotta alla mafia che il governo sta conducendo con i fatti. Ma ad un certo punto, tra questi discorsi, si leva una voce: “Rispetta la Costituzione”. Altre voci si levano: fatti processare, rispetta la legge, fuori la mafia dallo Stato.

Lo statista si interrompe, volendo cogliere quanto avviene sotto il palco e, quando realizza che quei ragazzi non sono suoi estimatori, si rivolge alla folla, cogliendo l’occasione per saggiarne il livello di dipendenza: “Vedete, qui ci sono dei ragazzi che ci stanno contestando”.

E la folla risponde proprio come vorrebbe: quasi caricata a molla, inizia a fischiare chi osa dissentire. Berlusconi allora carica i toni, in un crescendo di rimproveri, culminanti nel collaudato ritornello: Vergogna! Vergogna! Vergogna!

Poi lo statista tace. Guarda verso i contestatori. Cinquantatré secondi di silenzio. Si gode lo spettacolo dei suoi militanti che cacciano dalla piazza i contestatori a insulti, calci, sputi, malmenandoli con le aste delle bandiere. Il popolo della libertà.

E mentre la folla inneggia all’uomo della Provvidenza, lo stesso consiglia: “Diffidate sempre da chi è sempre così, da chi non ha autoironia, da chi si prende troppo sul serio, da chi è sempre arrabbiato, da chi non sa sorridere, da chi non sa amare gli altri.” (parrebbe un’autocritica, ma purtroppo non lo è).

Quando i fischiatori professionali (definizione di Pigi Battista) o delinquenti (definizione di Emilio Fede) sono già sulla via del ritorno, apprendono che il presidente è stato ferito da uno psicolabile. Da quel gesto deriva la campagna diffamatoria verso chi, quella domenica pomeriggio, senza padroni né ordini, ha deciso di far sentire la sua voce. Sull’onda emotiva di un’aggressione dettata dall’odio e dai mandanti morali (tra cui figurerebbero, oltre alla cittadinanza attiva, anche giornalismo e opposizione propriamente detti) il manganello mediatico di regime agisce in due modi: da una parte con l’informazione asservita, dall’altra con esponenti politici che invocano limitazioni delle libertà individuali, sia attraverso la censura del mezzo internet (col pretesto delle frange estremiste), sia attraverso il divieto di esprimere il dissenso in manifestazioni di partito, pur se collocate in pubbliche piazze (di un paese democratico).

Ma l’anno scorso non fu solo la disinformazione, la caccia all’untore, la criminalizzazione del dissenso a disgustarmi. Mentre don Verzè e Bonaiuti lodavano la magnanimità del leader che aveva già perdonato, dal letto d’ospedale, Massimo Tartaglia e quando Berlusconi era ormai diventato il nuovo profeta dell’amore, rivedevo di fronte a me le immagini di quel comizio, quei cinquantatré interminabili secondi di silenzio. Il suo volto, non ancora sporco di sangue, guardare beffardo verso aste di bandiere usate come manganelli, verso gli sputi, i calci che toccavano ai contestatori, ai dissidenti. In quei cinquantatré secondi si rivela il vero volto dell’uomo che ama: il capo del popolo dell’amore. Amore per il potere, per l’esaltazione di sé, il compiacimento e la soddisfazione di aver risvegliato, con poche parole, gli istinti violenti di difesa dei suoi seguaci, di aver creato un esercito di militanti pronti ad accanirsi sui suoi avversari: il finale del Caimano di Nanni Moretti.

E mentre scrivo, sulla mia scrivania c’è un segnalibro del Popolo della Libertà: su di esso, come su molti altri gadget regalati ai gazebo o alle feste del PdL, una frase virgolettata: “L’amore vince sempre sull’invidia e sull’odio”. Alla luce dei fatti, una frase assai inquietante.