Il carosello comincia da via Salandra. Tricolori che sventolano, sorrisi stampati: tutti al Campidoglio, la destra è al potere. Il saluto fascista compare per la prima volta nella piazza del Comune di Roma il 28 aprile del 2008. Gianni Alemanno ha sconfitto Francesco Rutelli. Non ci credeva nemmeno lui che sarebbe diventato sindaco della Capitale. Due anni prima era stato sconfitto da Walter Veltroni (“Quando i leader non si impegnano in prima persona le strutture di partito flettono”, commentò accusando Silvio Berlusconi di non averlo sostenuto), aveva avviato la carriera da ministro ed era pronto a riprenderla, se i romani l’avessero bocciato una seconda volta. La storia andò in un altro modo, e lui, affacciato dal balcone dello studio che governa la città, poteva ammirare le “persone che festeggiavano pacificamente la mia vittoria” con il braccio destro teso e provare per la prima volta “la sensazione di essere al centro del mondo”.

Ma il suo respiro ha avuto il fiato corto. Dai tempi in cui orgoglioso rivendicava di aver “congedato 31 dirigenti”, da quando prometteva di “ripartire dalle risorse interne del Comune di Roma” perchè gli esterni “erano veramente troppi”, sembra passato un secolo: 854 assunti all’Atac, l’azienda di trasporto pubblico, 1400 all’Ama, quella che si occupa dei rifiuti sono i due numeri che più stridono con la promessa lotta agli sprechi.

Soprattutto perché tra di loro – come ricostruito da Repubblica nelle settimane scorse – c’è una schiera di parenti e amici dell’entourage comunale. C’è la moglie dell’assessore De Lillo, la compagna del deputato ex An Marco Marsilio (mentre la sorella Laura è assessore), il sindacalista grande elettore di Alemanno Gioacchino Camponeschi, con tanto di moglie e figlia. C’è una cubista. Molti sono originari di Guidonia, il paese d’origine dell’ex ad di Atac Adalberto Bertucci (che è stato rimosso, ma vanta ancora una consulenza con l’azienda da 219mila euro l’anno): c’è il fioraio, il nipote di Bertucci, la sua ex segretaria e la di lei nuora. Sergio Marchi, assessore ai Trasporti del Comune di Roma, ha piazzato all’Atac la sua compagna, suo cognato, altre due donne legate a uomini della sua squadra e la sua segretaria. Assunta per chiamata diretta anche la compagna del delegato del sindaco all’emergenza abitativa Marco Visconti.

Il Corriere della Sera scopre che nel reclutamento di massa sono finiti anche due ex Nar, il gruppo armato neofascista di Mambro e Fioravanti, condannati per la strage di Bologna. E ancora, una sfilza di non eletti ricompensati con un posto pubblico, figli e nipoti di sindacalisti, segretarie di parlamentari e assessori.

Il capitolo Ama non è ancora stato sviscerato del tutto ma, per capire l’andazzo, basta vedere i numeri della gestione Alemanno, tirati fuori ancora dal Corriere: 91 nuovi assunti nel 2008, 451 nel 2009, 766 quest’anno. L’amministratore delegato si chiama Franco Panzironi: suo genero è uno dei quadri dell’azienda, mentre suo figlio, dopo un passaggio nella segreteria di Alemanno, è approdato a Eur spa, altra società partecipata del Comune. E sempre all’Ama, un anno fa, il sindaco aveva messo a capo dei Servizi ambientali Stefano Andrini, condannato a 4 anni e 8 mesi per tentato omicidio dopo che nell’89 picchiò a sangue due ragazzi di sinistra. Si è dimesso solo a febbraio 2010, dopo che il suo nome è spuntato nei processi Fastweb e Telecom-Sparkle.

Andrini ha scontato il suo debito con la giustizia per l’aggressione di piazza Capranica. Insieme a lui – ma venne assolto – c’era Mario Vattani, figlio dell’ambasciatore Umberto e oggi consigliere diplomatico del sindaco per 228mila euro l’anno. Ha pagato, e pure tanto, anche Vincenzo Piso, eminenza grigia dei Trasporti: 4 anni di carcerazione preventiva, assolto con formula piena. Antonio Lucarelli, ex leader di Forza Nuova a Roma, fino a dieci anni fa insultava gli omosessuali che partecipavano ai primi gay-pride. Oggi è capo di gabinetto del sindaco del Comune di Roma ed è accusato di avere un “conflitto di interessi” nei Punti verdi assegnati dal Comune.

Passati ingombranti, che Alemanno non ha nessuna intenzione di dimenticare. I primi due mesi, ci provò, a fare il “sindaco di tutti”. Sognava “una sorta di commissione Attali, aperta a tutti”. Propose a Giuliano Amato di presiederla. Saltò tutto quando, in visita al museo della Shoah, Alemanno disse che il fascismo “non fu il male assoluto”.
Da allora Alemanno si è chiuso nel suo cerchio di vecchio segretario del Fronte della Gioventù. Un tempo, tutti insieme, militavano nella destra sociale, denunciavano sprechi e corruzioni. “Un Veltroni senza freno continua a dissipare le risorse dei cittadini per mantenere la sua corte. Ho chiesto di sapere esattamente quanto ci costano ogni anno gli uffici di staff e gabinetto del sindaco e come saranno impiegati i fondi”, diceva sette anni fa Luca Malcotti, oggi in regione. “Ci sembra che la situazione sia degenerata – tuonava nel 2005 l’attuale assessore Marchi parlando di Atac – vogliamo spiegazioni”.

Oggi, nemmeno gli avversari li riconoscono più. Enzo Foschi, consigliere regionale Pd, se li ricorda quando si contendevano i muri dove attaccare i manifesti: “Tra quei giovani e la voracità di oggi, c’è un tradimento di ideali: la passione politica è finita, c’è solo fame di potere”. Forse, aggiungono altri, perché “sanno che non durerà molto”. Ad Alemanno il ruolo di sindaco sembra andare stretto: troppo forte l’animale politico che si porta dentro, tanto che ancora oggi indossa senza remore una croce celtica al collo. Durante la campagna elettorale per le regionali ha mandato a quel paese il contegno istituzionale e si è messo a capo della battaglia contro l’esclusione della lista del Pdl. La sera della vittoria di Renata Polverini era in piazza del Popolo con lei, più infervorato dell’ultimo dei militanti. Dover mangiare la polenta con Bossi e fingere di averlo perdonato per quel “Sono Porci Questi Romani”, non è roba per lui.