Il vendicatore mascherato della rete, Julian Assange, è vivo e scalciante, per dirla con una frase inglese. E torna allo “scoperto” nel suo elemento naturale, il web, in cui conferma di aver ricevuto minacce di morte, accusa gli Stati Uniti di stravolgere la realtà e afferma che “il mondo diventerà un posto migliore”. Peccato che su di lui, secondo quanto rileva oggi il Times, cada un secondo mandato di arresto spiccato dalle autorità svedesi. Un provvedimento, che a differenza del primo, già dalla prossima settimana permetterebbe a Scotland Yard di procedere all’arresto per stupro.

Rispondendo ieri pomeriggio alle domande degli utenti sul sito del Guardian, in collegamento dal suo nascondiglio – che secondo fonti di Scotland Yard potrebbe essere da qualche parte a sud di Londra – il fondatore di WikiLeaks ha ammesso di temere per la sua vita e per quella del suo staff. “Le minacce contro le nostre vite sono ormai cose note al pubblico. Stiamo prendendo le misure più appropriate di cui disponiamo, per quanto sia possibile avendo a che fare con una superpotenza,” ha scritto Assange.

Come già dichiarato in una conferenza stampa da un’altra voce di WikiLeaks, il giornalista veterano finlandese Kristinn Hrafnsson, lo staff del sito e il suo fondatore hanno ricevuto minacce di morte, a conseguenza della pubblicazione dei cablaggi delle ambasciate americane – costringendo Assange e collaboratori a starsene nascosti, almeno per ora. Minacce neppure così velate, dopotutto, arrivate non solo da fanatici o da cacciatori di taglie. Quando i file sul conflitto in Iraq vennero resi pubblici dal sito, a fine ottobre, l’opinionista americano Jonah Goldberg si chiedeva sulle pagine del Chicago Tribune: “Perché Julian Assange non è ancora morto?”, trovando alquanto strano che non fosse stato “strangolato nella sua camera d’albergo qualche anno fa”.

Di pochi giorni fa, invece, il commento di Tom Flanagan, uno dei consiglieri più vicini al primo ministro canadese: “Credo che Assange debba essere assassinato. Non sarei scontento se dovesse scomparire.” A fronte di questo e di altre carinerie, WikiLeaks ha preso le sue precauzioni. “L’intero archivio dei Cable Gate è stato distribuito in forma criptata ad oltre 100.000 persone, insieme ad altro materiale su Stati Uniti e altri Paesi. Se ci accadesse qualcosa, le parti chiave di quel materiale verranno rilasciate automaticamente,” scrive Assange. “Inoltre l’archivio è nelle mani di diversi media.”

Su WikiLeaks si è catapultata l’attenzione mondiale e l’ira degli Stati Uniti dopo la pubblicazione, a partire da domenica, di più di 250.000 diplomatic cables – comunicazioni secretate tra le gli ambasciatori americani sparsi nel mondo. La montagna di rivelazioni scomode ha provocato imbarazzo, rabbia e paura – mentre parliamo, gli stati stanno revisionando per la centesima volta le proprie misure di protezione dati. Negli interventi di ieri, Assange ha parlato di libertà di parola e della stampa, e ha anticipato che altro materiale verrà preso reso pubblico.

La libertà di parola negli stati occidentali, ha detto Assange, esiste perché “raramente ha un effetto reale sul potere”. Parole e potere non comunicano più, spiega, perché il sistema di potere è stato fiscalizzato da reti contrattuali e finanziarie – a differenza di altri Paesi autoritari: “In stati come la Cina esiste una censura sistematica perché la parola è ancora forte, e il potere ne ha paura”. Nel suo intervento ha negato la possibilità di tornare nel suo Paese d’origine, l’Australia, nel prossimo futuro. “Sono un cittadino australiano e mi manca molto il mio Paese,” ha detto, accusando poi il governo australiano di voltare le spalle ad uno dei suoi cittadini per aiutare gli USA negli attacchi alla sua organizzazione – così che “politici e diplomatici australiani vengano invitati ai migliori cocktail party nelle ambasciate americane”.

Molte domande degli utenti riguardavano i ripetuti attacchi hacker DDoS diretti ai server WikiLeaks, che hanno causato la caduta del sito dalla rete di ieri. “Per frustranti che possano essere, gli attacchi DDoS vi stanno facendo una buona pubblicità, dando più credibilità [al sito],” scrive un user chiamato Rszopa. “Stesso ragionamento per essere stati cacciati da Amazon. Era tutto preparato?”. “Dal 2007 abbiamo deliberatamente messo alcuni dei nostri server in giurisdizioni che sospettavamo avessero dei deficit in termini di libertà di parola, per separare la retorica di quei posti dalla realtà,” ha risposto Assange. “Amazon era uno di questi casi”. Dopo che il provider Amazon ha tolto i server su cui si appoggiava, WikiLeaks si è trasferito su un dominio svizzero.

Per quanto la situazione possa sembrare incerta, e addirittura pericolosa, per WikiLeaks e il suo timoniere, il tono delle ultime righe di Julian Assange sembra quello di chi non ha ancora scoperto tutte le sue carte. Per il momento l’ultima parola è la sua: “Il mondo diventerà un posto migliore” scrive, certo di dare un’altra stoccata, seppur solo d’orgoglio, ai molti che lo cercano, e chiude: “La storia vincerà.”