La Casa della Conoscenza di Casalecchio di Reno, costruita da un'azienda senza certificato antimafia

Qui la replica dell’ufficio stampa del comune di Casalecchio sul Reno con la dichiarazione del sindaco Simone Gamberini

Un’iniziativa antimafia a casa della mafia. In una Bologna ancora scossa dall’arresto del boss Nicola Acri e dal ritrovamento di un’arsenale riconducibile a lui e alla ‘ndrangheta, si scopre che l’iniziativa “Politicamente scorretto”, voluta per il Sud e per la Calabria che combatte le cosche, si tiene nel “Tempio della conoscenza”, a Casalecchio di Reno, una struttura costruita da una ditta del gruppo Ciampà a cui è stato ritirato il certificato antimafia.

Un gruppo edile che muove fatturato sospetto e in Emilia, soprattutto a Reggio, costruisce e vince gli appalti, anche se alle gare non potrebbe partecipare: le imprese del gruppo sono state coinvolte nell’inchiesta “Black Mountains”, 350mila tonnellate di rifiuti tossici provenienti dallo smantellamento della Pertusola Sud, e altri provenienti dall’Ilva di Taranto, che venivano sapientemente miscelati a materiali da costruzione. Dopo lo scandalo, sollevato anche in parlamento dalla deputata Angela Napoli, il gruppo Ciampà, senza le carte in regola per poter lavorare, appalti ne ha avuti ancora: la Biblioteca Casa della Conoscenza a Casalecchio di Reno, appunto,  e una commissione da 1,8 milioni di euro affidata il 26 ottobre 2006 da Acer (azienda casa Emilia Romagna) per la costruzione di 32 alloggi e 16 autorimesse a Budrio. E ancora: i lavori per l’Ampliamento di laboratori esistenti e aggiunta di due piani nuovi del Cineca di Bologna e un appalto di Acer da 3,7 milioni di euro per realizzare 40 alloggi a Forlì. Il tutto, mentre i Ros dei carabinieri scrivono nelle loro relazioni come sia “incontrastato il predominio della potente cosca dei “Vrenna-Ciampà-Bonaventura”, con attività nel mondo economico, degli appalti e dei servizi pubblici”.

E, come se non bastasse tutto questo, il Comune di Casalecchio porta nelle stanze costruite da un gruppo che dalla Calabria ha trasferito il suo predominio nell’Emilia, persone che, a vario titolo, combattono le cosche, personaggi come l’ex magistratato Gherardo Colombo e il procuratore di Reggio Calabria Giuseppe Pignatone, don Luigi Ciotti e la sua associazione Libera e lo scrittore Carlo Lucarelli, oltre a una lunga serie di giornalisti e intellettuali che hanno speso anni di carriera per combattere le mafie, ignari di andare a dibattere in una struttura che in odor di mafia è. Un incidente di percorso, sicuramente. Anche se il blogger Antonio Amorosi, attraverso il suo sito, con numeri, nomi e dati sono anni che denuncia, inascoltato, la circostanza dell’anomalia. E sono anni che nell’Emilia rossa e operosa, di criminalità organizzate non si vuol sentir parlare.

Il giorno prima dell’arresto di Nicola Acri, i pompieri di turno si erano affrettati a spegnere le fiamme create dalle parole di Gaetano Saffioti, intervistato dal Fatto e dal sito antonioamorosi.it. Il collaboratore di giustizia Saffioti, tra quelle righe, arresti eccellenti ne aveva preannunciati, ma le sue parole hanno creato scalpore inverso: questa è una regione sana. Certo che è una regione sana, ma le infiltrazioni mafiose ci sono, eccome. Altrimenti, quelli che “la mafia non ci risulta”, dovrebbero spiegarci come il progetto di ristrutturazione del parco urbano di Bologna a metà degli anni ’90 sia stato firmato dal Consorzio Cooperative Costruzioni e dalla Icla di Napoli, società controllata dai clan Alfieri e Nuvoletta e come la pinacoteca delle Belle arti di Bologna sia stata ristrutturata negli anni ’90 sempre dalla Icla di Napoli e come, nonostante nel 2002 la società Enea di proprietà del cassiere del clan Nuvoletta, Pietro Nucera, abbia vinto un appalto per 6 milioni di euro per la ristrutturazione delle case popolari di Bologna, Reggio Emilia e Modena.

Certo non può bastare, potrebbe dire qualcuno. Ma a tutto questo aggiungiamo che un ex killer della ‘ndrangheta, accusato di corruzione ed estorsione, e risultato il proprietario e l’amministratore di fatto della Doro Group, società che dal 2004 al 2007 ha gestito i servizi di terra dell’aeroporto Marconi di Bologna e che la Proter del gruppo Costanzo, uno dei cavalieri dell’apocalisse (colpevoli di concorso in associazione per delinquere semplice e di tipo mafioso) ha vinto l’appalto per la fornitura e il montaggio di strutture metalliche dell’aeroporto di Bologna.
Sarà un dettaglio anche questo, ma Giovanni Costa, condannato per riciclaggio dei soldi provenienti dalle attività di Cosa nostra era stato arrestato nel crack Urafin, la finanziaria collegata all’ex presidente del Bologna calcio Tommaso Fabbretti, vive da molti anni a Bologna. E Gabriele Guerra, pregiudicato di Cervia in semi-libertà, è stato ucciso con 15 colpi di mitraglietta Scorpion ad opera di killer della ‘ndrangheta, di sera mentre si apprestava a rientrare in carcere, nel non lontano 2008. Nell’indagine emerse la presenza di bische clandestine controllate dalla ‘ndrangheta a Bologna.

Ancora un caso, ma uno dei capi della cosca Bellocco, il figlio e un uomo vicino alla cosca dei Mancuso, sono presunti affiliati alla ‘ndrangheta arrestati dalla squadra mobile di Bologna e intervenivano sulle attività del mercato ortofrutticolo di Bologna. Oppure Vincenzo Barbieri, arrestato per traffico internazionale di stupefacenti, viveva a Bologna, ed è uomo di ‘ndrangheta.
Nonostante tutti questi dettagli, c’è ancora chi si ostina a dire che la mafia ovunque lavora, ma non al Nord, tantomeno a Bologna.

Emiliano Liuzzi