La legge n. 300 del 1970, più nota come Statuto dei lavoratori, è da buttare. Il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi non ha dubbi: “L’attuale centralismo regolatorio di matrice pubblicista e statualista riflette assetti di produzione propri della vecchia economia”. Dunque si cambia. “Al lavoro stabile e per una intera carriera – spiega il ministro – si contrappongono oggi sempre più frequenti transizioni occupazionali e professionali che richiedono tutele più adeguate”.
Ed ecco la soluzione. Un disegno di legge delega, in due articoli, che affida al governo il compito di riscrivere il diritto del lavoro. Al posto dello Statuto dei Lavoratori dei socialisti Giacomo Brodolini e Gino Giugni arriva il nuovo Statuto dei Lavori dell’ex socialista Sacconi. Il principio fondamentale, scritto nell’articolo 1 del testo proposto, indica che la nuova legge è fatta “al fine di incoraggiare una maggiore propensione ad assumere e un migliore adattamento tra le esigenze del lavoro e quelle dell’impresa”.  Sacconi punta a sfoltire almeno del 50 per cento le oltre mille leggi che pesano sul mercato del lavoro. Ma accanto all’obiettivo della semplificazione c’è quello di un mercato del lavoro sempre più libero. Per il quale Sacconi non cerca però ispirazione nel liberismo classico, dove i soggetti del mercato, anche del lavoro, sono gli individui, e le loro azioni sono regolate dalla legge.

Il modello corporativo

Il riferimento,piuttosto, sembra essere quello della Camera dei Fasci e delle Corporazioni, che nel 1939 prese il posto della Camera dei Deputati. Non perché ci sia un’ispirazione autoritaria o antidemocratica nella proposta di Sacconi. Il punto è proprio che in essa torna con prepotenza quell’ideologia corporativa che non è esclusiva del fascismo, ma è anzi considerata dagli storici una costante della società italiana, con radici nella stessa dottrina sociale della Chiesa e ampie penetrazioni in quasi tutti gli schieramenti politici da almeno un secolo. L’idea di una consonanza di interessi tra imprese e lavoratori, con la conseguente opportunità di una gestione coordinata e armonica degli interessi in potenziale conflitto che sfocia storicamente in pratiche consociative, è considerata la causa principale del deficit di liberismo che affligge il sistema italiano. In pratica, si legge nel testo di legge presentato ieri da Sacconi nel corso di una conferenza stampa, gli unici diritti universali e indisponibili del lavoratore, garantiti dalla legge, rimarranno quelli scritti nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Si tratta per esempio del divieto di schiavitù e di tratta degli esseri umani, del diritto di sciopero e del diritto al giorno di riposo settimanale, oltre che alla parità tra uomini e donne e del divieto del lavoro minorile. A tutti gli altri principi stabiliti dall’attuale legislazione italiana si potrà, con lo Statuto dei Lavori, derogare. Per la precisione il testo predisposto da Sacconi prevede la “possibilità per la contrattazione collettiva di una loro modulazione e promozione nei settori, nelle aziende e nei territori, anche in deroga alle norme di legge, valorizzando il ruolo e le funzioni degli organismi bilaterali”. Gli organismi bilaterali, che, con il potere loro conferito dalla legge di derogare la legge, sono concettualmente una riedizione della Camera delle Corporazioni: le parti sociali, datori di lavoro e sindacati, di fatto legiferano sul mercato del lavoro. Il progetto di Sacconi indica anche gli indici che questa contrattazione/normazione dovrà seguire: “andamento economico della impresa, del territorio o del settore di riferimento”; “caratteristica e tipologia del datore di lavoro”; “caratteristiche del lavoratore con specifico riferimento alla anzianità continuativa di servizio, alla professionalità o alla appartenenza a gruppi svantaggiati”; modalità di esecuzione della attività lavorativa autonoma e coordinata con un solo committente”; “finalità del contratto con riferimento alla valenza formativa o di inserimento al lavoro”.

La Cgil è già sul piede di guerra

La dimostrazione più netta che Sacconi punta a sostituire la legislazione con la contrattazione (obiettivo ambizioso in mancanza di una legge sulla rappresentanza sindacale) è quanto ha detto ieri a proposito dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, quello che di fatto vieta il licenziamento senza giusta causa nelle aziende con più di 15 dipendenti. Sarà cancellato? “Non dipende da me, decidono le parti – ha risposto il ministro – Sapete bene che non rientra tra i diritti fondamentali, tanto che non viene applicato a tutti i lavoratori”. La mossa di Sacconi, proprio nelle ore in cui il governo sembra sul punto di cadere, ha provocato una dura reazione della Cgil. “Un governo di fatto senza più maggioranza – ha detto il segretario confederale Fulvio Fammoni – presenta una proposta di cancellazione dello Statuto dei diritti dei lavoratori. Si propone una concezione di impresa svincolata da obblighi sociali e di lavoro sempre meno considerato come valore e sempre più inteso come mero fattore della produzione. C’è un unico evidente motivo: tentare di far saltare il tavolo di confronto tra le parti sociali, introducendo elementi di divisione”.

Da Il Fatto Quotidiano del 12 novembre 2010