La copertina di Small Act or Resistance. How courage, tenacity and ingenuity can change the world di Steve Crawshaw e John Jackson

“Solidarnosc nasce nel 1980, e viene bandita poco dopo dalla dittatura comunista polacca. I sostenitori del movimento divenuto clandestino organizzano un boicottaggio del telegiornale della sera, andandosi a fare una passeggiata proprio all’ora delle news. Qualcuno comincia a girare il televisore verso la finestra, qualcuno prende perfino il televisore e lo porta con sé in un carrello della spesa. Che può fare la polizia? Passeggiare è forse un reato? Le autorità decidono di cambiare l’ora del coprifuoco, che dalle 22 passa alle 19, giusto in tempo per il telegiornale di regime. E va bene, pensa qualche buontempone, la passeggiata ce la faremo durante l’edizione delle 17”.

Così ci racconta Steve Crawshaw, autore con John Jackson di Small Act or Resistance. How courage, tenacity and ingenuity can change the world. (Union Square Press, 2010. http://www.smallactsofresistance.com/). Attivista di Amnesty International e reporter, per anni come inviato dell’Independent in Russia, Polonia, Germania dell’Est, Crawshaw ha documentato il collasso dell’impero sovietico, come anche la caduta di Milosevic in Serbia e la battaglia di opposizione della leader birmana Aung San Suu Kyi.

Il suo libro raccoglie circa 80 storie di disobbedienza civile, alcune note come quelle di Yoani Sanchez o dell’iraniana Neda Aga-Soltan, altre sconosciute, e provenienti da tutte le latitudini. I racconti, a volte brevissimi, compongono un mosaico della resistenza agli abusi di potere e ai regimi violenti, dimostrando come sia possibile rovesciare dittature, cambiare leggi ingiuste, o semplicemente ridare alle persone un rinnovato senso della loro umanità. Questo avviene attraverso atti di coraggio compiti da chi sostiene, magari rischiando la vita, di agire come che ogni altro persona al suo posto avrebbe fatto. Una “banalità del bene” che crea immancabilmente un effetto contagioso.

Qualche volta sono creatività e umorismo gli ingredienti per beffare il potere. È il caso dei tifosi, che durante la dittatura militare uruguayana, dell’inno nazionale cantano a squarciagola solo la frase: tremino i tiranni. Le autorità non possono certo arrestarli, né modificare dei versi scritti nel 1800. Oppure quello della giornalista nepalese che chiede a un comico di presentare il telegiornale al posto suo, sfuggendo alla censura con la satira.

Anche attraverso queste piccole astuzie, secondo Crawshaw, la democrazia vince. La spinta alla libertà è tanto radicata nella natura umana, che ci sono persone disposte a essere picchiate, torturate, imprigionate, pur di non smettere di parlare ad alta voce contro gli abusi del potere. “Detto questo, non sono sempre ottimista, precisa. Ci sono anche regimi come quello cinese dove la battaglia sembra lunga”. La Cina ha da poco reagito con estrema durezza al conferimento del premio nobel per la pace al dissidente Lu Xiaobo, che lo scorso dicembre era stato condannato a 11 anni di prigione per aver contribuito alla stesura di un manifesto per il cambiamento politico nel suo Paese.

Ma la speranza, dice Steve, la insegna la storia di cui è stato testimone in prima persona. “Sono uscito da Berlino sfuggendo alla polizia per andare a Lipzia a documentare quello che stava accadendo. E mi sono trovato davanti a qualcosa di impensabile, mai visto prima di allora: il 9 ottobre 1989, 70.000 persone hanno marciato per le strade chiedendo democrazia. Ciascuno di loro, quando è uscito di casa, sapeva che poteva non ritornare mai a casa”. Il Muro, a Berlino, sarebbe caduto solo un mese dopo.