Un vertice lampo in via Bellerio, durato appena 40 minuti, poi di corsa ad Arcore da Silvio Berlusconi nel tentativo di salvare l’esecutivo. Il Governo è sotto scacco. La crisi è alle porte e oggi potrebbe essere la giornata decisiva. Ma dopo oltre due ore d’incontro, da villa San Martino sono usciti i vertice del carroccio senza rilasciare dichiarazioni. Bossi è tornato in via Bellerio. Per una nuova riunione leghista.  E dal quartier generale milanese è uscita una nota ufficiale: “Andiamo avanti con l’azione di Governo, ora affrontiamo l’emergenza del Veneto dove domani Berlusconi e Bossi andranno con il presidente della Regione, Zaia”. Dunque il senatùr e il Cavaliere spingono avanti la prova di forza con Fini.

Dietro al cespuglio, da dove ha detto di stare a guardare quanto accade al Governo, Umberto Bossi rimarrà per poco. La fermezza di Gianfranco Fini, ieri a Perugia, ha colto nel segno. I vertici del Carroccio si sono da subito trincerati nel silenzio più stretto, preoccupati dall’evolversi della situazione. In via Bellerio, quartier generale leghista, nessuno si aspettava un presidente della Camera pronto a sfidare apertamente il premier, lanciare l’ultimatum e minacciare la spallata finale al Governo. Non ancora, almeno. Soprattutto dopo il riconoscimento politico ai finiani da parte di Berlusconi, durante la direzione del Pdl giovedì scorso. Perché se Fini rappresenta un problema per il premier, lo è ancor di più per il senatùr che ormai da giugno sta tenendo in piedi l’esecutivo con l’obiettivo di arrivare fino a febbraio, quando scadranno i termini per formulare i pareri ai decreti sul federalismo fiscale. Passato quel termine, i decreti entreranno in vigore e allora si potrà andare a elezioni. Una crisi prima vorrebbe dire rielaborare l’intera strategia leghista. Certo, la scorsa estate, nel ritiro agostano di Calalzo di Cadore, Bossi, insieme al fedelissimo Roberto Calderoli e all’amico Giulio Tremonti, hanno stilato il piano B per far fronte a un’eventuale crisi aperta da Gianfranco Fini. Ma i numeri erano diversi. E soprattutto pochi credevano che Futuro e Libertà sarebbe stata davvero determinante per ottenere la maggioranza in aula. Previsione sbagliata: il 29 settembre, infatti, il Governo ha incassato la fiducia con 342 voti favorevoli. Con il sostegno fondamentale dei finiani.

Quel piano B prevedeva un eventuale esecutivo tecnico, guidato da Tremonti. Il ministro dell’Economia avrebbe potuto convogliare a sé una maggioranza alternativa, comprendendo anche i finiani, all’epoca disponibili a vestire i panni di terza gamba a condizione di una riforma elettorale. Ipotesi tramontata, considerato l’attacco frontale rinnovato da Fini a Perugia contro la Lega. I vertici del Carroccio sono disposti anche a correre il rischio di ritrovarsi in aula con un’altra maggioranza, ma Berlusconi no. Perché se la Lega ha come scadenza febbraio, il premier è tormentato da una data: il 14 dicembre, quando la Corte costituzionale si esprimerà sul lodo Alfano. Certo, il presidente, Francesco Amirante, andrà in pensione e ci sarà quindi un voto in meno tra i 15 giudici e la possibilità di evitare una bocciatura piena. Il passaggio rimane cruciale. Berlusconi non può correre il rischio di rimanere scoperto. Ma il premier è ormai politicamente accerchiato. Se i ministri di Futuro e libertà lasceranno gli incarichi il Cavaliere potrebbe tentare un rimpasto dell’esecutivo, senza aprire la crisi ed evitando di salire al Colle. Ma i numeri ci sono? La Lega non basta ad assicurare la maggioranza. Ed è cruciale anche la mozione di sfiducia che l’Idv intende presentare contro Sandro Bondi sul crollo degli scavi di Pompei. Antonio Di Pietro ha invitato il leader del Pd, Pierluigi Bersani, a sostenere la sfiducia per “stanare Fini”. L’unico modo “per smascherarlo è chiedere a te, che hai i numeri sufficienti in Parlamento, di presentare una mozione di sfiducia nei confronti del premier, basata sulle stesse motivazioni che sono venute fuori dal discorso di Fini”, ha scritto Di Pietro. “Così lo metteremo alla prova e vedremo se è disposto a votare la mozione oppure no. Capiremo così se vuole soltanto fare il furbo o meno”.

Idv con Pd e finiani potrebbero costringere il premier ad aprire la crisi e salire al Quirinale dove Giorgio Napolitano, come fece con Romano Prodi, potrebbe dare un nuovo incarico esplorativo a Berlusconi prima di affidare ad altri il tentativo di verificare l’esistenza di maggioranze alternative. E non sarà di certo Giulio Tremonti ma piuttosto una personalità esterna: tra i più accreditati, al momento, c’è Mario Draghi, “nemico” del ministro. E della Lega, che tra finiani e governatore della Banca d’Italia vedrebbe sbarrata la strada al federalismo fiscale. Bossi sa di aver perso l’occasione del voto anticipato la scorsa primavera per sostenere il governo Berlusconi. E ne sta già pagando le conseguenze: la base si sta ribellando all’immobilismo leghista “piegato” al volere di Arcore. Il malcontento viaggia sulle frequenze di Radio Padania e ha costretto i vertici di via Bellerio a chiudere il forum dei giovani padani, aperto dal 2004 e ora interamente sospeso dopo la vera e propria rivolta contro l’alleanza di ferro con Berlusconi. Il caso Ruby ha “schifato” i giovani leghisti. Il forum è andato in tilt e la decisione di chiudere ha ulteriormente scatenato la base: “Siete peggio del Pcus”, si legge tra i commenti ancora visibili.Su Radio Padania, già da ieri, gli ascoltatori si sono scatenati contro “il traditore Fini” e i vertici del partito colpevoli, secondo alcuni, “di aver tenuto in vita il governo: dovevamo andare al voto già a giugno”, Bossi “dovevi scaricarlo il Cavaliere”.

Non è la prima volta che Bossi perde il polso della base. Accadde nel 1994. Dopo le prime critiche Bossi fece cadere l’allora primo Governo Berlusconi. Per poi impegnarsi a riconquistare la base sparando a zero proprio contro l’ex alleato, con titoli sulla Padania tra cui “baciamo le mani”.

Che Bossi sia preoccupato è evidente anche dall’arrivo ad Arcore, questo pomeriggio. Non ha atteso la serata, come sempre, per raggiungere la residenza brianzola del premier, ma è corso a villa San Martino appena terminato il vertice in via Bellerio, a metà pomeriggio. Accompagnato dagli uomini più fidati, la cosiddetta “canottiera”: Rosy Mauro, Roberto Maroni, Roberto Calderoli e pochi altri. Tutti trincerati dietro il silenzio più assoluto. L’ordine è stato perentorio, i giornalisti dei tg che aspettano fuori da Arcore sono stati già avvisati: solamente Umberto Bossi potrebbe parlare, ma non è garantito che si fermi. E di fatto, dopo due ore di vertice, lasciando villa San Marino nessuno si è fermato dai cronisti. I ministri del Carroccio sono tornati in via Bellerio, per un nuovo direttivo. E dopo venti minuti dal quartier generale leghista è uscito un comunicato stampa: “L’incontro di oggi è stato positivo e proficuo ed è servito a fare il punto sulla situazione politica e sull’agenda di governo. Si è deciso di proseguire con l’azione riformatrice per realizzare il programma. Ne è emersa un’assoluta sintonia sui concreti problemi del Paese e sulle azioni da realizzare, a partire dalla situazione creatasi a seguito delle alluvioni in Veneto. Domani Bossi e Berlusconi saranno nei territori interessati insieme al Presidente Zaia, per un sopralluogo nei comuni maggiormente colpiti”. Crisi rimandata e, soprattutto, rilanciata la sfida a Fini per vedere se davvero i suoi ministri lasceranno gli incarichi e provocherà una crisi. Insomma, la scelta sembra essere quella di una prova di forza con il presidente della Camera.

Il senatùr sa che la crisi è vicina, tanto d’aver rispolverato il “parlamento del nord” che giaceva in sonno da anni, convocandolo per il 20 novembre. “Lì inizieremo a rullare i tamburi”, disse settimana scorsa. La campagna elettorale è alle porte.