Come fermare Sarah Palin. E’ uno dei mandati più importanti che la leadership repubblicana si è data nei prossimi mesi. Fermare Sarah Palin significa fermare il movimento populistico, protestatario e medievale che la Palin ha saputo rappresentare in questi due anni. Fermare Sarah Palin significa soprattutto una cosa. Evitare che l’ex-governatrice dell’Alaska si presenti alle presidenziali 2012.

Il giorno dopo la vittoria elettorale (“una batosta”, l’ha definita Barack Obama), i repubblicani del Congresso precisano la loro agenda. Lo fa in particolare John Boehner, in procinto di diventare speaker della Camera (il suo è il nome che sentiremo sempre più spesso nei prossimi mesi). In una serie di interviste televisive, Boehner ha spiegato cosa vogliono i repubblicani: tagliare le tasse e ridurre il ruolo del governo federale; cancellare la sanità di Obama. Il primo obiettivo è reale. Il secondo è pura demagogia. I repubblicani sanno che qualsiasi tentativo di ribaltare la riforma incontrerà il veto del presidente.

Oltre gli obiettivi immediati ed espliciti, ci sono quelli a più lunga scadenza. E molto meno espliciti. Tra questi, il più importante riguarda le presidenziali 2012. La vittoria di midterm ha confermato che Barack Obama può essere battuto. In questo momento sono due i pezzi da novanta repubblicani che stanno preparandosi per la sfida: il redivivo Mitt Romney, ex-governatore del Massachussetts, ex-candidato nel 2008; e Tim Pawlenty, attuale governatore del Minnesota, ospite ormai fisso in Iowa e New Hampshire, i primi due Stati a organizzare le primarie. Romney e Pawlenty, entrambi espressione della nomenclatura repubblicana e molto vicini a Wall Street, stanno mettendo a punto strategia e finanziamenti. L’obiettivo è raccogliere 50 milioni di dollari nei primi 90 giorni dall’annuncio della candidatura.

A rischiare di far saltare i piani di Romney e Pawlenty, ci si mette però lei, Sarah Palin, repubblicana che ormai gioca da sola. La “hockey mom”, o “Mama Grizzlies”, esce da queste elezioni soddisfatta a metà. Non è riuscita a far eleggere i candidati più amati: la politica anti-masturbazione Christine O’Donnell; Joe Miller, che in Alaska ha fatto arrestare dalle sue guardie del corpo un giornalista poco compiacente; la fautrice della rivoluzione armata contro il governo, e cristiana ricostruzionista, Sharron Angle. La Palin è però riuscita a suscitare l’entusiasmo delle folle del Tea Party, e si è legata a filo doppio con altri politici del movimento: gli antiabortisti sfegatati Pat Toomey e Marco Rubio, l’anarchico-libertario Rand Paul (che ha spiegato che, nel 1964, avrebbe probabilmente votato contro la legislazione per i diritti civili di Lyndon Johnson). Il mondo di questa gente, e di queste folle, è radicato soprattutto nelle zone rurali del Sud e dell’Ovest; si nutre di millenarismo religioso, di odio verso il governo federale, sinonimo di tirannia e anti-americanismo, di disprezzo verso le élites.

E’ questo mondo che la nomenclatura repubblicana di Washington ha scatenato contro Barack Obama, ma che adesso teme. E’ il mondo che non ha nulla, davvero nulla, a che fare con l’élite conservatrice di Washington più legata al grande business: gente come George Shultz, James Baker III, Paul Ryan, non a caso riemersi in queste settimane di vittoria repubblicana. Ed è il mondo che i grandi capitalisti americani hanno suscitato, non perché fossero davvero interessati alla lotta contro gay, aborto e masturbazione, ma perché queste masse di persone consentivano di sbarazzarsi dell’agenda troppo statalista di Obama (un nome per tutti, David Koch, tra gli uomini più ricchi di New York, grande patrono delle arti e della ricerca intellettuale in città, che con le sue fondazioni, Americans for Prosperity e FreedomWorks, ha finanziato l’odio anti-governativo delle folle rurali d’America).

Questa gente potrebbe, prima o poi, chiedere conto alle élite conservatrici e affaristiche delle loro promesse. Il Golem dell’America profonda potrebbe ribellarsi al suo creatore, e scegliere per le prossime presidenziali la persona che, almeno apparentemente, rappresenta meglio le sue istanze. Proprio Sarah Palin, che ha già spiegato che, “in mancanza di un vero candidato conservatore”, scenderà in lizza. Ecco quindi l’obiettivo numero uno dei repubblicani ancien règime. Come fare fuori Sarah Palin.

di Roberto Festa, inviato negli Stati Uniti

una collaborazione Il Fatto e Dust