Oggi Current tv presenta “Oil”, una docu-inchiesta che racconta la vita dei cittadini di Sarroch, piccolo centro della Sardegna, a pochi chilometri di distanza da Cagliari, dove sorge la raffineria petrolchimica più grande d’Europa. Appartiene alla Saras, società quotata in Borsa, controllata dalla famiglia Moratti. L’inchiesta andrà in onda sul canale 130 Sky, dopo avere superato numerose difficoltà legali. Gian Marco Moratti ha portato gli autori in tribunale, richiesto più volte alla magistratura il sequestro del girato. Lo stesso Moratti, che insieme al fratello Massimo (il presidente dell’Inter) e agli altri vertici dell’azienda, dovrà rispondere dell’accusa di omicidio colposo plurimo, avanzata dalla procura della Repubblica di Cagliari. L’episodio risale al 26 maggio 2009, quando all’interno della Saras muoiono tre operai. Secondo Massimiliano Mazzotta questa è solo “l’ultima tragedia, tra le tragedie”.
E’ vero che la Saras ha cercato per vie legali di vietare la distribuzione del documentario.
Si, la televisione fa paura. Ma in realtà questo è solo l’ultimo mezzo di condivisione del nostro messaggio. Il documentario è stato proiettato nelle parrocchie, nei centri sociali, durante gli incontri ufficiali dei medici italiani che lavorano con le aziende petrolchimiche. C’è stato anche un tour, in giro per la Sardegna. Per questo i Moratti, attraverso i loro avvocati ci avevano intimato, durante e dopo le riprese, di fermarci. Invece siamo riusciti a dimostrare che con una piccola telecamera, 4 giovani, possono fare emergere realtà drammatiche come quella di Sarroch.

Cosa imputate alla Saras?
Partiamo da un dato: noi senza petrolio non possiamo vivere. E’ una cosa indispensabile. Il problema non è il petrolio in sé, il problema è la sicurezza, il rispetto delle regole, il rigore della disciplina. A questi si aggiunge l’inquinamento: l’aria che si respira a Sarroch è nociva. Alcuni medici da noi interpellati hanno presentato i dati che dimostrano come le malattie starebbero per modificare il Dna dei bambini del paese. Poi i tumori alla tiroide, ai polmoni o al pankreas, che sono all’ordine del giorno.  Non c’è famiglia che non abbia uno di questi drammi in casa.

Nel film si assiste al racconto di un contrasto interiore che anima gli abitanti di Sarroch: da una parte la Saras significa ricchezza, occupazione; dall’altra, inquinamento e problemi per la salute.
In tutto il documentario non c’è una sola persona che chieda la chiusura della raffineria. La soluzione non è chiudere lo stabilimento. Basterebbe molto meno.  La Sardegna ha 1 milione e 600.000 abitanti e la Saras produce 300.000 barili. La Tunisia ha una sola raffineria e produce circa 34000 barili al giorno e ha una popolazione di 10 milioni di abitanti.

Vuole dire che basterebbe abbassare la produzione?
Esattamente.


Aria noa (Aria nuova) è un comitato di cittadini della zona. La cosa che colpisce è che i loro incontri sembrano riti di espiazione della morte dei cari.

Aria noa è stata costituita da persone che hanno perso il marito, il figlio, lo zio, a causa del cancro o di altre malattie legate all’inquinamento. Prima di “Oil” non esisteva nessuna associazione. Prima di questo documentario, parlare della Saras era un tabù. Il paese adesso, forse, è più spaccato di prima. Ma pensa ai primi incontri si era in dieci, ci si contava sulle dita. Poi, a poco a poco, si è costituito un movimento, abbiamo riempito le sale cinematografiche delle città che toccavamo in tour. Persino i responsabili della comunicazione della Saras son venuti a controllare, cercando di camuffarsi in mezzo alla gente.

Nel documentario i ragazzi di Sarroch sono tra i protagonisti. Colpisce la loro consapevolezza, la loro forza e al tempo stesso la loro fragilità.
Da una parte ci sono i giovani che lavorano nel petrolchimico: chiedono più diritti e meno ditte esterne. Le due cose sono collegate. Sono quelli delle ditte esterne a chiedere gli scioperi. Si chiedono: “Ma come? I Moratti non sono capaci di farci entrare in azienda? Di darci un posto fisso?”. Dall’altra parte ci sono gli altri ragazzi, quelli che lottano perché ‘futuro’ non significhi soltanto lavoro in Saras. Qualche giorno fa, uno di loro, mi ha raccontato il suo licenziamento dall’azienda dei Moratti. Me lo raccontava come fosse un’emancipazione. Mi ha detto: “Me ne sono andato, e con un altro mio collega, ho aperto una ditta. E’ nostra. Produciamo formaggi e prodotti agricoli sardi al 100%”. Sembra poco, in realtà, per loro è una conquista”.