Criminalità organizzata e rifiuti. Tradotto: gli interessi di Cosa nostra nel ciclo della monnezza. E’ questa la novità che si legge nella relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle ecomafie presentato oggi a Palermo. Un focus inpressionate sulla situazione siciliana che ilfattoquotidiano.it ha visionato in anteprima. Tutto parte dal cosidetto Piano di ciclo dei rifiuti per la Sicilia. Questo il nome del progetto firmato nel 2002 dall’allora governatore e commissiraio all’emergenza per la spazzatura Salvatore Cuffaro. La soluzione individuata dalla giunta regionale prevedeva la costruzione di quattro termovalorizzatori. Uno a Palermo (Bellolampo), uno ad Augusta, uno a Casteltermini-Castelfranco e a Paternò. Per un giro d’affari complessivo di 6 miliardi di euro. Denaro pubblico, ovviamente, in parte provenienti dai fondi europei. In realtà, per il procuratore aggiunto della Direzione distrettuale antimafia di Palermo, Roberto Scarpinato, il progetto si traduce in “una cooperazione tra mafiosi, politici, professionisti e imprenditori anche non siciliani”.

Nelle oltre quattrocento pagine del documento, la commissione, presieduta dall’avvocato Gaetano Pecorella, senatore del Pdl, rivela come la mafia avesse già messo le mani sull’affare miliardario, approfittando del suo ruolo dominante nel sistema dei rifiuti. Un patto denunciato dal successore di Cuffaro, Raffaele Lombardo, durante la seduta dell’assemblea regionale siciliana del 13 aprile 2010. Il governatore aveva da pochi giorni emanato la legge regionale n. 9 2010, che di fatto esclude la costruzione di inceneritori.

La storia oscura dei termovalorizzatori isolani parte da una ordinanza del 5 agosto 2002 . Salvatore Cuffaro, commissario delegato per l’emergenza rifiuti, approva un “avviso pubblico per la stipula di convenzioni per l’utilizzo della frazione residua dei rifiuti urbani, prodotti dalla regione siciliana, al netto della raccolta differenziata”. Il documento viene pubblicato il 9 agosto 2002 sulla Gazzetta ufficiale della regione siciliana. Il 15 novembre dello stesso anno interviene la Commissione delle Comunità europee che trasmette alle autorità italiane una lettera di richiesta di informazioni su quanto fatto dal governo regionale. L’Europa contesta alla regione di avere seguito una strada dai livelli di trasparenza insoddisfacenti, in violazione delle direttive Cee. Eppure, si legge nel documento, “il 17 giugno 2003, Cuffaro stipula quattro convenzioni per la realizzazione degli inceneritori, rispettivamente con la Tifeo energia ambiente scpa, la Palermo energia ambiente scpa, la Sicil power spa e la Platani energia ambiente scpa”. Società mai coinvolte in procedimenti giudiziari.

Eppure, per la commissione parlamentare “alcune aziende infiltrate sarebbero dentro” l’affare inceneritori. In particolare si fa riferimento alla Altecoen, società riconducibile a Cosa nostra e presente nell’elenco soci di una delle aziende aggiudicatarie degli appalti. In alcune gare d’appalto sui rifiuti, la Altecoen, in passato, era stata sponsorizzata dal boss catanese, Nitto Santapaola. Il suo amministratore delegato, fino all’anno 2004 è stato Francesco Gulino, già presidente dell’Assindustria di Enna, arrestato nel 2005 su richiesta della procura distrettuale antimafia presso il tribunale di Messina per concorso esterno in associazione mafiosa.

Nella relazione viene ripreso un report della Corte dei conti del 2007. Qui vengono messe in luce le presunte responsabilità di Salvatore Cuffaro. In merito alla questione dei termovalorizzatori si legge: “La presunta imperiosa urgenza nella conclusione delle convenzioni ha comportato la stipula delle stesse a prescindere dall’acquisizione dell’informativa antimafia: tale comportamento è da ritenersi particolarmente imprudente nella considerazione dei noti interessi della criminalità organizzata nel campo dei rifiuti e del contesto ambientale siciliano”. Secondo la Corte dei conti, Cuffaro non “poteva di certo ignorare” la presenza della Altecoen.

Al di là dei termovalorizzatori, quello che resta nelle carte redatte dalla commissione è un’impressionante mappatura degli interessi mafiosi nella grande torta dei rifiuti in Sicilia. Nel palermitano, ad esempio, c’è la Coinres (Consorzio intercomunale rifiuti, energia, servizi), che tra i propri dipendenti aveva personaggi di spicco delle famiglie di Misilmeri, legata al boss Benedetto Spera. A Messina, invece, la holding del crimine è composta da famiglie palermitane, catanesi e da esponenti della ‘ndrangheta calabrese. Qui, secondo la commissione, il controllo del business dei rifiuti avveniva attraverso la Messinambiente spa, la ‘Lex‘, di Nitto Santapaola e la Termomeccanica, sponsorizzata da Angelo Siino, l’ex ministro dei lavori pubblici di Cosa nostra.

L’intero ciclo dei rifiuti, compreso la possibile speculazione attorno ai termovalorizzatori, fa, poi, registrare un salto di qualità da parte dei padrini. La commissione lo identifica come il “terzo livello”. I clan avrebbero infatti accostato “alla classica attività di estorsione (il primo livello); al rapporto con amministratori pubblici (secondo livello), una pratica più invasiva e penetrante”. Quella della gestione diretta delle principali attività del settore, gli inceneritori.

Uno scenario per il momento scongiurato dall’iniziativa del governatore Lombardo e dell’assessore regionale dell’energia, Pietro Carmelo Russo. La legge regionale n.9 dell’8 aprile 2010, da loro redatta, segna una discontinuità rispetto alla precedente legislatura. Un atto di indirizzo programmatico definito dalla commissione parlamentare “ambizioso”, ma che “definisce gli obiettivi sul recupero della materia che sono il vero obiettivo della raccolta differenziata”, e che esclude la costruzione dei termovalorizzatori.