Ormai c’è poco da stupirsi. La mafia a Milano è solo un presunto allarme che scorre sotto le “stringenti” emergenze dal sapore elettorale. E così il più grande processo sui collegamenti tra presunti boss della ‘ndrangheta e alcuni esponenti della classe politica lombarda si celebra a porte chiuse nell’aula bunker di Ponte Lambro, quartiere satellite, strappato alla città dalla tangenziale e dai taccuini dei cronisti.

Nell’enorme parallelepipedo di cemento controllato h24 da guardie armate e, paradosso della cronaca, confinante con una asilo nido, oggi si è tenuta la parte finale del processo Parco sud. All’ordine del giorno la requisitoria del pm Alessandra Dolci. Parole di cui nulla sapremo, visto che il giudice ha deciso di non registrare né trascrivere nulla. Scelta legittima, ma criticata dagli avvocati della difesa.

Quello che resta sono così le richieste di condanna. L’ultimo atto di migliaia di pagine che, secondo l’accusa, raccontano di un controllo del territorio pressoché totale, di minacce e negozi incendiati, di proiettili sparati dentro agli uffici, e del monopolio nel settore edilizio. Tradotto in numeri: quasi un secolo spalmato su 12 imputati. Dieci anni a testa ai fratelli Salvatore e Rosario Barbaro che l’accusa ritiene promotori dell’associazione mafiosa legata alla cosca Papalia, originaria di Platì, ma da anni insediata nel comune di Buccinasco. Otto anni, invece, è quanto chiesto per Antonio Perre, presunto bracciodestro del capoclan. Detto Toto u Cainu, Perre è stato latitante fino a poche settimane fa, quando si è consegnato alla stazione dei carabinieri di Platì. Due anni in meno, invece, per Domenico Papalia. Lui, ancora fuggiasco e incensurato, in questa inchiesta ci entra solo perché figlio di Antonio Papalia per oltre vent’anni il capo della ‘ndrangheta in Lombardia.

Nella rete dell’indagine, conclusa nel novembre 2009, è finito anche Andrea Madaffari, origini calabresi, e una vita passata all’ombra della Madonnina. Per lui, il pm ha chiesto una condanna pesante: otto anni. E non a caso. Lui, infatti, è ritenuto il collegamento tra mafia e mondo dell’impresa. Fino all’arresto è stato uno dei due soci della Kreaimo spa, importante holding nel settore immobiliare. La Kreiamo, che per qualche tempo ha avuto la sua sede in via Montenapoleone, è ritenuta dai pm la lavatrice del denaro mafioso. Con Madaffari anche Alfredo Iorio non imputato in questo processo. Lui, leggendo le carte degli investigatori, era invece il collegamento delle cosche verso la politica.

Quella politica che proprio oggi sembra aver dato una scossa alla sua anemica battaglia contro le infiltrazione mafiose in Lombardia. Oggi, infatti, il consiglio regionale ha approvato all’unanimità un documento che impegna l’assemblea alla stesura di una legge quadro che combattere la presenza delle cosche.