Corrompeva periti per far assolvere dei colpevoli di omicidio, faceva l’ambasciatore dei messaggi tra camorristi in galera e camorristi a piede libero, suggeriva la demolizione di un capannone per alterare la scena di un crimine e mandare in cavalleria le indagini accusatorie. E se necessario faceva un passo indietro e consigliava di farsi revocare il mandato, in favore di colleghi che a suo dire avevano feeling col presidente della Corte di turno. Benvenuti presso lo studio legale di Michele Santonastaso, del foro di Santa Maria Capua Vetere, arrestato dalla Dia di Napoli con le accuse di corruzione, falsa perizia, falsa testimonianza.

Qualcosa di più di un avvocato per i Bidognetti, fazione criminale tra le più feroci nella galassia dei Casalesi. Il professionista, 49 anni, legale storico del clan, non si sarebbe limitato ad assistere i suoi clienti nelle sedi preposte. Ma avrebbe contribuito a rafforzare gli interessi della camorra casertana, con azioni che violavano la deontologia di un normale mandato difensivo. Nelle 169 pagine dell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal Gip Pia Diani su richiesta dei pm di Napoli Antonello Ardituro, Francesco Curcio e Alessandro Milita, l’avvocato Santonastaso viene tratteggiato come “abile, arguto, capace di uno studio vero, effettivo delle carte processuali” e anche “dalla formidabile spregiudicatezza caratteriale”, che secondo numerosi pentiti si era ritagliato il ruolo di “anello di collegamento all’interno dello stesso sodalizio tra capiclan detenuti e affiliati liberi”.

Secondo gli inquirenti, l’instancabile lavoro di Santonastaso sarebbe la risposta alla domanda riportata in una parte dell’ordinanza: “Come è stato possibile che capi di un’organizzazione camorristica quali Francesco Bidognetti e Domenico Bidognetti (attualmente collaboratore di giustizia) sono stati in grado, benché detenuti da lungo tempo ed in regime detentivo speciale, di dirigere il loro sodalizio impartendo direttive criminali”. Quelle direttive viaggiavano attraverso l’avvocato. In cambio di uno stipendio fisso erogato dal clan, la cui entità varia a seconda del dichiarante: 10.000 euro mensili secondo Anna Carrino, la ex compagna di Francesco Bidognetti, poi pentita; 5000 euro secondo altre fonti.

Alcuni passaggi del provvedimento appaiono inquietanti. Come la testimonianza di Oreste Spagnuolo, relativa a un periodo tra fine 2007 e inizio 2008 “prima dell’inizio della mia latitanza per il mandato di cattura per me e Giovanni Letizia in relazione all’estorsione denunciata da Gaetano Vassallo. Letizia – dice Spagnuolo – organizzò con Santonastaso un incontro presso una pompa di benzina e gli chiese perché Francesco Bidognetti non aveva inteso fare “il trentennale” (ovvero sfuggire all’ergastolo attraverso un comportamento processuale diverso, ndr) e Santonastaso replicò che era difficile mettere la cosa ‘in testa’ a Bidognetti perché non voleva farsi chiamare ‘infame’ e si fece poi cenno alla collaborazione di Domenico Bidognetti. Parlando di ciò Santonastaso disse che ‘i suoi parenti ancora parlavano e giravano per Casale’ e che Francesco Bidognetti era amareggiato’”. Per i pm le parole dell’avvocato furono “un  messaggio obliquo dal deflagrante potere criminogeno, veicolando una precisa indicazione di Francesco Bidognetti sulle determinazioni che dovevano prendersi nei confronti di alcuni soggetti non più graditi. Siamo, ormai – si legge nell’ordinanza – oltre il limite che disegna il confine tra contiguità all’organizzazione mafiosa e la fattiva partecipazione alla strategia criminale del gruppo”. C’è inoltre da aggiungere che secondo il pentito Luigi Guida, detto ‘o Drink, Santonastaso era a tutti gli effetti “un affiliato”. Altrimenti non lo avrebbe utilizzato per riferire messaggi di una certa importanza a Francesco Bidognetti.

Non solo. Santonastaso è accusato di aver manipolato le prove di alcuni processi. Avrebbe corrotto due periti fonici (anch’essi arrestati) su mandato di Anna Carrino per far attestare che le voci delle intercettazioni telefoniche ed ambientali relative all’omicidio di Enrico Ruffano e Giuseppe Consiglio, uccisi il 28 aprile 1999 su decisione del clan Bidognetti di Casal di Principe e del clan Cimmino del Vomero di Napoli non erano quelle di Aniello Bidognetti e Vincenzo Tammaro, imputati di quel delitto e assolti grazie alla falsa perizia. Lui, in qualità di avvocato avrebbe potuto avvicinare i periti senza destare sospetti. E se li sarebbe ‘comprati’ con 100.000 euro che la Carrino, sollecitata a far presto dal legale, dovette tirare fuori dal luogo dove li nascondeva in casa: uno scarpone da sci. Santonastaso avrebbe inoltre contribuito alla fabbricazione di un falso alibi per il capoclan Augusto La Torre ‘salvandolo’ da un’accusa di omicidio. E quando ci fu da affrontare il procedimento per l’omicidio Pagliuca, Santonastaso non avrebbe esitato a suggerire a Bidognetti di modificare la scena del crimine, abbattendo il capannone di proprietà dello zio di Domenico Bidognetti dal quale era partito il gruppo di fuoco alla direzione di Teverola. Così sarebbe stata impedita la ricognizione dei luoghi. “Vicenda – si legge – che svela la naturale tendenza a percorrere scorciatoie e ordire frodi processuali”.