Fuori è il direttore del Tg1 più contestato della cinquantennale storia della Rai. Contro di lui ci sono pagine Facebook che ne chiedono la cacciata, video musicali taroccati per sfotterlo, continue polemiche politiche, fronde redazionali e crollo degli ascolti. Ma dentro, fra le mura secolari del Castello Sforzesco di Milano, alla festa nazionale del Popolo della libertà, Augusto Minzolini è accolto e applaudito come un eroe del giornalismo. Dentro e fuori, due Italie opposte, incompatibili.

Minzolini sale sul palco per intervistare il ministro della Giustizia Angelino Alfano e altri parlamentari, compreso l’avvocato Niccolò Ghedini. Prima, però, è il ministro della Difesa Ignazio La Russa, esuberante padrone di casa, a intervistare lui. A proposito delle polemiche sui suoi frequenti editoriali, sempre perfettamente aderenti alla linea berlusconiana, Minzolini risponde: “In Rai c’è un’alta percentuale di giornalisti orientati a sinistra, se cerchi di esprimere un parere diverso, questo non ti è consentito”. Il motivo è semplice: “Nel centrosinistra ci sono tutti i partiti della Prima repubblica, e in Rai ci sono le le persone che sono espressione di quei partiti”. Il direttore guadagna la prima ovazione quando assicura al pubblico che non si lascerà “intimidire”.

Il Castello è una fortezza presidiata forse più che ai tempi dei suoi nobili fondatori. Un esercito di polizia pubblica e privata controlla gli ingressi, cordona il palco e gli ospiti di riguardo. La preoccupazione è di sterilizzare sul nascere ogni possibile contestazione, ogni domanda non gradita. E’ allontanato di peso anche un signore che grida sì, ma solo per una questione di posti a sedere. Protetto dalle tante rimostranze del mondo di fuori, Minzolini si sente a casa sua, al ministro Alfano dà confidenzialmente del tu, lo chiama Angelino. Gli fa una domanda sullo “slancio riformatore” del governo Berlusconi, uno si aspetta che parli di massimi sistemi, invece lo slancio per lui è rappresentato dal “decereto sulle intercettazioni”.

La corte – nel senso del luogo dove si svolge il dibattito – è strapiena. Il popolo delle Libertà applaude, anche se poi andandoci a parlare si scopre che moltissimi dei presenti sono “quadri”: dirigenti locali, sindaci, consiglieri comunali. Come la pensano qui, dentro le mura, sul contestatissimo direttore? Nessuno lo reputa un campione della libera informazione, ma vince la Realpolitik: la Rai è sempre stata lottizzata, ora governiamo noi ed è giusto che al Tg1 ci sia un “nostro” giornalista. Chi la pensa diversamente può vedere il Tg3. “Non seguo il Tg1 perché non mi piace il suo stile giornalistico”, chiarisce Alessandro Deidda, 20 anni, consigliere di facoltà all’Università Bicocca per Azione universitaria. “Però ci sono stati altri giornalisti del Tg1 che poi si sono candidati nel centrosinistra, come il vicedirettore David Sassoli, e nessuno li critica. E’ una polemica montata per dire che in Italia non c’è libertà di stampa”. Vicino a lui c’è, Antonio Pasquini il presidente lombardo della Giovane Italia assurto agli onori delle cronache per avere scritto sulla sua pagina facebook la battuta “ebrei adolescenti: gioventù bruciata”, che dice: “Odio il giornalismo anglosassone, asettico, è il più falso che ci sia. Il giornalista deve dire come la pensa. Dopodiché ormai i giovani sotto i 30 anni si informano con Internet”.

Tra il popolo di quello che si definisce un partito liberale di massa, della libera informazione sembra non importare nulla a nessuno. “Finalmente abbiamo un giornalista che non è antiberlusconiano, a parte Fede che è un po’ comico”, afferma Adele Dragoni, casalinga di Abbiategrasso (Milano). “Dice le cose che pensiamo noi, da quando c’è lui io e mio marito siamo tornati al Tg1, prima guardavamo il Tg5 e il Tg4”. Regna il completo disincanto, la lottizzazione Rai è accettata come una regola immutabile, chi vince si piglia il Tg1 e ne fa quello che vuole. “Quelli che lo guardano vogliono sentire proprio la voce della maggioranza di governo”, spiega serafico Enrico Franzi, impiegato milanese. “E’ nella logica delle cose, né mi stupisco quando sul Tg3 vedo le stesse notizie ribaltate”.

Sul palco, intanto, le domande di Minzolini ad Alfano e agli altri dirigenti del Pdl sono alzate di palla perfette, come quelle del cartone animato “Mimì e le ragazze della pallavolo”. E loro schiacciano. Così il direttore del Tg1 stimola gli ospiti sulla “ossessione antiberlusconiana” che blocca certi provvedimenti in materia di giustizia, benché “tutti” li ritengano giusti. Oppure sul “perverso meccanismo mediatico-giudiziario” che fa finire sotto inchiesta certi politici, “in genere nella viglia elettorale”, poi “spesso tutto finisce in nulla”. Come mai, chiede a Ghedini, “il meccanismo di disciplina del Csm non funziona?”. L’assist non va a vuoto: “Perché non funzionano i giudici”.

di Mario Portanova