Prima e dopo la cura. Uno dei principali effetti collaterali della svolta finiana è la promozione istantanea di una classe dirigente dalla seconda alla primissima linea. È la creazione di una squadra di fuoco mediatica che ha tramutato i finiani in autentiche pop star. Prendete il caso di scuola, quello di Italo Bocchino. Era considerato, fino a poco tempo fa, un ottimo “tenente”, per anni era il terzo uomo della “Destra Protagonista”, subito dopo Ignazio La Russa e Maurizio Gasparri, vice-capogruppo del Pdl alla Camera. Adesso spopola nei talk-show, e fa salire gli ascolti. Su La7, per due volte (prima dell’ultimo boom dell’era Mentana) ha raggiunto la soglia del 5% con le sue ospitate a In Onda, dopo la lite dell’Auditorium riuscì a stabilire l’incredibile record di andare in onda contemporaneamente a Linea Notte e su Sky.

Da tenente a generale

Il tenente che diventa stella di prima grandezza, oscurando persino i colonnelli è l’immagine più forte di questo bouleversement in cui nulla è dove si poteva immaginare di trovarlo. Altri dettagli importanti: Bocchino ha appena finito di scrivere un libro sui suoi primi dieci anni a Roma, cominciati con una convivenza bohemienne insieme con Pietrangelo Buttafuoco. È bastato che la notizia circolasse che si è apertaun’asta tra editori. Gli chiedi se prenderà in considerazione l’offerta della berlusconiana Mondadori e lui risponde con un sorriso: “Perché no?”. Solo il tempo ci dirà se il numero due di Futuro e libertà funziona anche tra gli scaffali. La cosa più paradossale è che Bocchino ha ritrovato il rapporto con Fini dopo esserne stato uno dei pochi “oppositori”, quando il presidente della Camera era il leader indiscusso di An. Bocchino aveva corso in Campania da presidente, era stato sconfitto da Bassolino e aveva abbandonato il consiglio regionale. Passava un momento difficile: e Fini lo costrinse a una candidatura a rischio, nella Circoscrizione Campania due (elettoralmente incerta). Tutti lo davano per spacciato: lui riuscì ad essere eletto (contro Fini) e solo questa vittoria ha reso possibile la sua attuale battaglia (dalla parte di Fini).

Ancora più illuminante la storia di Filippo Rossi, che ho conosciuto nel 1996 a L’Italia settimanale, dove era caporedattore. Rossi, proprio come l’altro demiurgo del pensatoio finiano (LucianoLanna, direttore responsabile de Il Secolo d’Italia) aveva già tutte le caratteristiche per sfondare: eclettismo culturale, fantasia, foga di polemista. Ma non era in prima linea nemmeno tra le firme della destra. Lui e Lanna riuscirono a sfondare con un libro-manifesto (ante-litteram) del nuovo corso: Fascisti immaginari. Poi l’Italia chiuse, lui rimase disoccupato, si reinventò come cronista radiofonico, girava – facendo moltissima gavetta – con il microfono a palla per raccogliere dichiarazioni a Montecitorio. Fece anche il portavoce di Claudio Scajola (riassume l’esperienza con considerazioni del tipo: “Se li conosci li eviti”), e poi è diventato la punta d’alabarda del polemismo neo-antiberlusconiano. Sua la committenza – lo ha raccontato lei stessa – del famoso articolo sul velinismo di Sofia Ventura; suo il saggio dichiaratamente autocritico sul berlusconismo: “La sua essenza? Dossieraggio, editti, e ricatti”!”. Esemplare lo scambio di battute con l’ex amico di un tempo Nicola Porro:“Finirai – lo attacca sarcastico il vicedirettore de Il Giornale – con il rivalutare pure Travaglio e Lerner!”. E Rossi: “Come ti sbagli. Li ho rivalutati già da un pezzo”.

Mio fratello è figlio unico

Adesso Rossi salta da un salotto televisivo al’altro, è intervistato da Il Corriere della Sera quando bisogna sondare gli umori più politicamente scorretti di Futuro e libertà, è considerato il super-falco del nuovo movimento. Scipione Rossi, giornalista, saggista apprezzato, già direttore delle tribune Rai nonché fratello ci scherza su così: “Prima dicevano che Filippo era mio fratello e questo gli trainava la carriera… Adesso mi chiedono se io sia suo fratello, e in Rai basta questo per compromettere la mia carriera”. Battute piene di affetto, ma non prive di verità, in un momento in cui l’unico rimasto finiano – tra i fedelissimi di un tempo – è l’incorruttibile Bruno Soccillo.

La terza storia esemplare, quella di Fabio Granata. Aveva anche lui tutto quello che bastava per sfondare già dieci anni fa: ragionevolmente colto, brillante, provocatorio, un quadro politico strutturato. Ma in An, per dire, non era mai arrivato al seggio parlamentare nazionale, fregato dai paradossi delle leggi elettorali. E inseguito da quel sospetto di eterodossia, perché all’inizio degli anni Novanta, preoccupato per la stagnazione del Msi, se ne era andato a sinistra, nella Rete di Leoluca Orlando. Due giorni fa, ancora una volta su Sky, il personaggio simbolo della battaglia finiana sulla cittadinanzaduellavafuribondocon Mario Landolfi: “Dovresti essere grato a Gianfranco Fini che ti ha fatto fare il ministro…”, diceva lui. E l’altro, infuriato: “TUUU!!! Tu taci che sei in Parlamento solo perché sei stato nominato da noiii!!”. E anche lì, a ben vedere, si celebrava la legge del ribaltamento: il colonnello oscurato, e il capitano promosso in prima linea sulla ribalta.Micamaleperunoche,solo un anno fa, era conosciuto dai giornali nazionali soprattutto per essere il co-firmatario della legge Granata-Sarubbi.

Un tempo erano rautiani

Da non dimenticare Flavia Perina. Nel 2001, il settimanale più glamour regala un servizione di apertura alle“Tre donne di Fini”. Indovinate chi? Giorgia Meloni, giovanissima leader di Azione Giovani, Renata Polverini, nuova segretaria dell’Ugl, e lei. All’epoca la Perina era la più lontana – conilsuo passato rautiano – dalle posizioni di Fini. Quella che aveva una storia autonoma, iniziata con le tombolate natalizie sulle gambe di “Zio Pino”. E anche la meno nota delle tre, vista la sua ritrosia ad andare in televisione. Ebbene, gira ancora la ruota, e la Perina diventa la più importante polemista finiana, e anche la più libera.Lechiedono:cosa pensa delle hostess per Gheddafi? E lei: “È prostituzione. L’avessero chiesto a una ragazza degli anni Settanta, a destra o a sinistra, una cosa così, avrebbe mandato tutti a quel paese”. Anche lei, adesso, ha oscurato i colonnelli. Chiamatela pure, se volete, second life.

Da Il Fatto Quotidiano del 8 settembre 2010