L’Islanda potrebbe diventare per Internet quello che la Svizzera è per le banche. Il paese dei geyser e di quel vulcano dal nome impronunciabile che ha messo a terra gli aerei di tutta Europa, si sta infatti proponendo come l’Eldorado del mondo in rete. Grazie a una legislazione che oggi protegge WikiLeaks e che potrebbe essere estesa per proteggere da cause civili e penali tutti i server che decidessero di migrare lassù. E grazie a una politica economica aggressiva che tende ad attrarre nell’isola le server farm più grandi del mondo, sfruttando il clima rigido che consente risparmi di energia e, quindi, di costi.

Le “fattorie del terzo millennio” ospitano ciascuna centinaia di migliaia di computer e rappresentano il motore di Internet da cui passa tutto quello che attraverso la Rete arriva a casa nostra. Del resto questa è l’era del cloud computing: sempre più dati sono immagazzinati non nei nostri pc, ma in server lontani a cui accediamo mentre siamo in movimento, dall’ufficio, da casa, con il cellulare o l’iPad. Ma che cosa significa in termini di lavoro e investimento una server farm? Per capirlo basta pensare che il colosso della mela ne ha appena costruita una per la sua AppleTv: un progetto realizzato in North Carolina costato un miliardo e mezzo di dollari. È anche per ragioni economiche che l’Islanda si candida a paradiso dei provider e della libera informazione sul web. Ed ecco l’argomento che Reykjavik può sfruttare per convincere gli investitori: per raffreddare al meglio i computer delle server farm non serve l’aria condizionata, ma basta quella fredda del Paese. Il conto del risparmio è presto fatto, come spiega il dottor Bradd Krap, docente di Economia all’Università di Londra: “Oggi, per ogni watt consumato per alimentare un server, se ne spende tra il 40 e il 60% in più per il suo raffreddamento”. Alcuni grandi investitori hanno già cominciato a lavorare per costruire server farm in Islanda. Primo fra tutti la Verne Global, nata proprio con questo obiettivo. Secondo l’amministratore delegato Jeff Monroe: “Una server farm in Islanda fa risparmiare l’equivalente di mezzo milione di tonnellate di anidride carbonica l’anno rispetto ad una costruita in un’altra parte del mondo”.

Ai vantaggi dati dal risparmio energetico, si aggiungono i bassi costi dell’elettricità (il 100% dell’energia di questo paese proviene da fonti geotermiche rinnovabili) e la prospettiva di un’assoluta libertà garantita sia agli Internet provider che ai fornitori di informazione. È anche per gli interessi economici che sono in gioco, se la nuova legge sulla libertà di Internet ha avuto il sostegno non solo dei parlamentari ecologisti e delle sinistre, ma anche del primo ministro e del ministro delle finanze. Non saranno protetti solo siti come Wikileaks, ma anche chiunque scambi file in rete con il peer to peer. E le cause milionarie che la Riaa, l’associazione dei discografici americani, ha intentato contro migliaia di utenti che condividevano file non sarebbero più possibili se i server fossero posti sotto l’ombrello protettivo della nuova legge islandese. Pure la legge bavaglio del governo Berlusconi, se mai fosse approvata, diventerebbe poco più di un cattivo proposito nel momento in cui chi fa informazione decidesse di usare il porto franco islandese per pubblicare le notizie sulle cricche di casa nostra. Grazie a una ipertecnologica farm raffreddata dalla gelida aria di Reykjavik.

di Luigina D’Emilio