Nel calcio conta giocare d’anticipo e invece la politica, anche in questo caso, arriva in ritardo. Il senatore Raffaele Lauro (Pdl) ha presentato un disegno di legge per introdurre il cosiddetto “salary cap”, ovvero un limite agli ingaggi milionari, sul modello di quanto accade negli sport professionistici Usa. Proposta lodevole in teoria, ma superata nei fatti. Che non si possa più andare avanti con stipendi da nababbi ormai è chiaro a tutti da un pezzo: non per senso etico né tantomeno per pudore nei confronti di chi non arriva a fine mese, ma semplicemente per fredde ragioni di bilancio.

Lauro si è inserito nel solco tracciato dal leghista Roberto Calderoli, che a giugno aveva tuonato contro i maxi ingaggi, salvo poi sentirsi dare del demagogo dalla sua stessa sponda, Ignazio La Russa in primis. Due mesi dopo è arrivata un’altra uscita a vuoto. Il problema esiste, ma non sarà certamente una legge dello Stato a risolverlo.

Il pallone infatti ha deciso di sgonfiarsi da solo, perché c’è in ballo la sua stessa sopravvivenza. Semmai, a imporre l’austerity è stata l’Uefa: dal 2012 sarà obbligatorio chiudere il bilancio in pareggio, pena l’esclusione dalle Coppe. Dunque, via con i colpi di forbice. Ha iniziato il Milan, fissando un tetto di 4 milioni di euro e dicendo stop alle spese pazze berlusconiane. La crisi si fa sentire anche per i rossoneri, che hanno deciso di tagliare drasticamente i 125,5 milioni spesi l’anno scorso per gli stipendi. Stessa linea per la Juventus, che spinge per introdurre nel nuovo contratto collettivo dei calciatori (quello vecchio è scaduto il 30 giugno) il principio del “più vinci, più guadagni”. La parte fissa dell’ingaggio è destinata a ridursi a meno del 50 per cento del totale, sindacato calciatori permettendo. Il braccio di ferro è già partito, entro due mesi si dovrebbe arrivare a un accordo. Ma un po’ tutti i club hanno già stretto i cordoni della borsa, compresi quelli piccoli: il neopromosso Brescia non scucirà più di 3,5 milioni a testa in 4 anni. L’unico a far eccezione (e a poterselo permettere) è ancora l’Inter, ma persino il braccio di Massimo Moratti si è accorciato rispetto al passato. Dai 171 milioni di euro spesi nel 2007-2008 è sceso ai 150 del 2009-2010.

Il costo del lavoro nel calcio italiano, del resto, ha ormai superato il livello di guardia. In nessun altro campionato europeo pesa come in serie A, dove nel 2001-2002 si arrivò a un pazzesco 99% nel rapporto tra ingaggi e ricavi dei club. La situazione è migliorata negli anni successivi, ma è tornata a peggiorare nelle ultime stagioni, con il costo del lavoro attestato al 68%. Per fare un confronto, la Liga spagnola non va oltre il 63%, l’Inghilterra si ferma al 62% e la Germania sfoggia un virtuosissimo 50%. E si parla di movimenti calcistici che stanno molto meglio del nostro. La Uefa, nell’introdurre il fair play finanziario, lo ha detto chiaro: i club a rischio crac sono quelli le cui spese per acquisti e stipendi superano il 75% del fatturato. La serie A ha capito e si è adeguata. Che i calciatori guadagnino troppo lo sanno da sempre anche al bar sport. Finalmente se ne sono accorti anche i presidenti. E persino i politici.

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