Ghiaccio bollente, silenzio assordante, brivido caldo: sono esempi di quella figura retorica, l’ossimoro, che unisce in un’unica espressione due termini opposti tra loro. Antonio Martone è un ossimoro: è al tempo stesso presidente dell’Autorità garante della trasparenza nella pubblica amministrazione, e vicino agli uomini della P3, associazione segreta e dunque negazione della trasparenza. È magistrato dal 1965. Prima giudice della sezione lavoro del Tribunale di Roma, poi sostituto procuratore generale presso la Corte di cassazione, infine avvocato generale della Repubblica, sempre presso la Cassazione. È stato anche membro del Consiglio superiore della magistratura per il quadriennio 1981-1985 e, nel 1999, presidente dell’Associazione nazionale magistrati.
L’addio in sordinaalla magistratura
Dalla magistratura se n’è andato in sordina, agli inizi di luglio, quando sui giornali sono arrivati i racconti delle imprese della P3. Tra queste, una riunione nella casa romana del coordinatore del Pdl, Denis Verdini, il 23 settembre 2009. Presenti: il capo degli ispettori del ministero della Giustizia Arcibaldo Miller, il sottosegretario alla Giustizia Giacomo Caliendo, il faccendiere Flavio Carboni, il senatore Marcello Dell’Utri, il giudice tributario Pasquale Lombardi e lui, Martone. Argomento dell’incontro: come condizionare i membri della Consulta che dovevano pronunciarsi sul lodo Alfano, per mettere al riparo Silvio Berlusconi dai processi in cui era imputato a Milano. Quella sera, i commensali a casa Verdini fanno la conta dei giudici costituzionali favorevoli e contrari al Lodo. E cercano il modo di assicurarsi una maggioranza che non bocci la legge salva-premier. Dopo la cena, Lombardi telefona proprio a Martone e gli detta le istruzioni: “Io farei una ricognizione, i favorevoli e i contrari. Poi vediamo come bisognerà per vedere di raggiungere i contrari… Ci sono tutti i mezzi possibili”. Malgrado l’impegno, l’operazione comunque non riesce e il 7 ottobre 2009 la Corte costituzionale boccia il Lodo. Ma quando la cena e i tentativi di condizionare la Corte finiscono sui giornali, Martone preferisce evitare, dopo quasi 45 anni di servizio, di essere oggetto di un imbarazzante procedimento del Csm: al Consiglio superiore presenta una lettera in cui chiede di lasciare la toga.
La nomina a dicembre
Non resta disoccupato: due mesi dopo la cena a casa Verdini, il Parlamento lo nomina membro della Civit, la “Commissione indipendente per la valutazione, la trasparenza e l’integrità delle amministrazioni pubbliche”, ossia l’Authority che deve vegliare sulla correttezza degli uffici e sull’efficienza e la qualità dei servizi resi ai cittadini. È la commissione voluta dal ministro Renato Brunetta per premiare chi se lo merita e sanzionare invece chi, dentro la pubblica amministrazione, non lavora bene. La commissione nomina subito Martone presidente. Compenso: 180 mila euro all’anno, lordi.
È accettabile che a presiedere l’Autorità sulla trasparenza della pubblica amministrazione sia un uomo che ha partecipato alle attività di un gruppo che dell’opacità faceva la sua ragion d’essere? Per condizionare in modo sotterraneo, secondo i magistrati d’accusa, anche istituzioni e organi costituzionali e di rilevanza costituzionale?
Raggiunto dal Fatto quotidiano, il ministro della Pubblica amministrazione Brunetta si dichiara del tutto estraneo alla questione: “L’Authority è stata prevista dalla legge 150, quella appunto che riforma la pubblica amministrazione. Ma è stata votata dal Parlamento, che ha scelto i suoi membri. Il ministro non c’entra nulla e non ha alcun potere su di essa: una volta insediata, è un’Autorità del tutto indipendente”. Non la pensa così Felice Casson, senatore del Pd: “Certo, da un punto di vista strettamente giuridico ha ragione il ministro. È vero che l’Autorità è indipendente. C’è però un problema di etica della politica e della pubblica amministrazione, collegato alle esigenze di trasparenza che deve essere assoluta”. Lui, Martone, ha creduto di risolvere il problema con una strana decisione: congelare la sua posizione dentro l’Authority. Non ha dato le dimissioni, ma ha chiesto di essere sostituito, in quanto presidente, dal decano della commissione.
L’uscita “dal riserbo”
Lo comunica in una nota diffusa il 21 luglio, in risposta a un comunicato di alcuni senatori del Pd che chiedevano trasparenza: “Il comunicato dei senatori Pd della commissione Lavoro del Senato”, spiega Martone, “mi impone di uscire, sia pure con sintetiche dichiarazioni, dal riserbo che, per il rispetto che devo all’operato dei magistrati, mi ero imposto. Con riferimento ai fatti che i mezzi di informazione hanno tratto dall’ordinanza del Gip di Roma e alle intercettazioni pubblicate oggi sul Fatto quotidiano”, continua Martone, “ribadisco che non ho mai fatto o tentato di fare interventi sui giudici della Corte costituzionale, sui componenti del Csm e sui magistrati della Cassazione che hanno adottato i provvedimenti ivi richiamati, e sono del tutto estraneo agli episodi relativi alla candidatura alla presidenza della Regione Campania, agli impianti eolici, alle nomine di dirigenti degli uffici giudiziari e alla decisione sulla esclusione della Lista per la Lombardia in occasione delle ultime elezioni regionali. Non ho mai fatto parte di associazioni segrete e non ho tenuto alcun comportamento che mi possa esporre a ricatti o illegittime pressioni, come credo possano dimostrare i quasi 45 anni di appartenenza all’ordine giudiziario e, in generale, tutta la mia vita. Ciò nonostante, in questo delicato frangente, rappresentare all’esterno la Civit mi pone in una situazione di imbarazzo che non voglio si rifletta sui lavori di un’istituzione nella quale credo. Pertanto”, conclude Martone, “d’accordo con i componenti della commissione, fin dalla settimana passata ho pregato il componente decano di sostituirmi in attesa del periodo feriale”. Insomma: per ora andiamo in ferie, poi si vedrà.